Ormai trovare un software che non abbia un assistente AI, un chatbot o qualche funzione generativa sta diventando quasi insolito, eppure basterebbe soltanto andare indietro di qualche anno, per constatare quanto erano diverse le nostre abitudini.
Per assurdo, in questo momento storico l’assenza dell’intelligenza artificiale può trasformarsi in una caratteristica da pubblicizzare, quantomeno per attirare l'attenzione di quella fetta importante di scettici, o anche gli utenti old school, che non vogliono soccombere a queste tecnologia.
È anche la posizione scelta da LibreOffice, e non a caso The Document Foundation, organizzazione non profit che sviluppa la suite open source, ha ribadito che nel prossimo futuro non verranno integrate funzioni di AI generativa nell’installazione standard. Non si tratta però di una crociata contro l’intelligenza artificiale, ma di una scelta legata soprattutto al controllo dei dati. Molti strumenti AI elaborano testi e documenti inviando informazioni verso server remoti, e se per un utente normale può sembrare un dettaglio, per aziende, pubbliche amministrazioni, studi professionali o organizzazioni che gestiscono materiale riservato sapere esattamente dove finiscono i file può diventare fondamentale.
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