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Cultura

Quando quella dell'attore diventa una malattia

AGI – Ansia da prestazione, depressione, esaurimento: dietro le quinte di teatro, cinema e musica, il disagio psichico di chi lavora in scena è un problema reale ma ancora poco esplorato, almeno in Italia. Ad accendere un faro è il primo manuale italiano dedicato alla salute mentale delle professioni dello spettacolo, "Psicologia per le arti performative" (Carocci, con prefazione di Paolo Genovese), scritto da Chiara Carlotta Leonetti, psicologa, psicoterapeuta ed ex danzatrice e attrice. All'estero il fenomeno si misura da tempo. In Australia l'Actors' Wellbeing Study (2015), condotto su 782 attori, ha rilevato che quasi quattro interpreti su dieci faticano a staccare dopo una performance emotivamente impegnativa. Nel Regno Unito lo studio "Can Music Make You Sick?" dell'Università di Westminster (2016), su oltre 2.200 professionisti della musica, ha registrato che il 71% ha sofferto di ansia o attacchi di panico e quasi il 69% di depressione.

La situazione in Italia

In Italia mancano ancora dati sistematici e tutele dedicate. Tra le prime indagini sul tema c'è quella condotta da Leonetti nel 2023 su oltre 800 attori professionisti. "Precarietà e discontinuità lavorativa pesano molto, insieme all'esposizione al giudizio, ai rifiuti, alla competizione e alle pressioni sull'immagine", spiega. "A questi si aggiungono aspetti propri del lavoro attoriale, come l'intensità emotiva di alcuni ruoli e la difficoltà di prendere distanza dal personaggio. È soprattutto l'effetto cumulativo di queste condizioni a incidere".

Il supporto psicologico sui set

In molti Paesi il supporto psicologico sta entrando nel processo produttivo: negli Stati Uniti si è affermata la figura del 'mental health coordinator', coinvolto spesso già in pre-produzione. In Italia, invece, non esiste ancora un inquadramento per questo ruolo, né un professionista abilitato che se ne occupi stabilmente sui set.

La prevenzione psicologica

Leonetti auspica che questa presenza diventi strutturale, affidata a psicologi abilitati che lavorino direttamente con gli interpreti: un ambito, quello clinico, che nel nostro Paese è regolamentato e richiede figure qualificate. Più che una figura da chiamare nell'emergenza, insomma, un presidio da costruire prima. "Credo manchi soprattutto una cultura della prevenzione psicologica specifica per questo settore", conclude Leonetti.
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