
Due o tre settimane in quarant’anni
Nelle grandi regioni vitivinicole del mondo la vendemmia si è anticipata in media di due-tre settimane negli ultimi quarant’anni, segno concreto del cambiamento climatico. A Dolegna del Collio fino al 2015 si cominciava a settembre; nel 2026 il 10 agosto. A Castiglione Falletto, nel cuore del Barolo, i registri di un’azienda storica contano circa dodici giorni di anticipo in novant’anni. Il 2003 era stato un avvertimento: oggi le estati roventi non sono più un’eccezione. Conta anche la primavera: in Alto Adige marzo e aprile già caldi hanno accelerato il ciclo, poi a fine maggio è arrivata un’estate in anticipo.Più zucchero, meno acidità
Il caldo accelera tutto il ciclo della vite: germogliamento, fioritura, invaiatura – il momento in cui l’acino cambia colore – e maturazione. Gli acini accumulano zuccheri più in fretta e quello zucchero, in fermentazione, diventa alcol. Secondo un’analisi Liv-ex, i rossi piemontesi sono passati da circa 13,9% vol negli anni Novanta a 14,3% nel decennio successivo. L’acidità va nella direzione opposta: l’acido malico si degrada con le alte temperature, il pH sale e il vino perde tensione. Il nodo vero è il disaccoppiamento delle maturazioni: zuccheri e acidità arrivano al traguardo prima di colore, tannini e aromi. Per le bollicine di Franciacorta, Alta Langa, Oltrepò Pavese e Prosecco, che vivono di freschezza, è un problema delicato. Oltre i 35°C la pianta chiude gli stomi, i pori delle foglie, e la fotosintesi rallenta.Salire di quota e cambiare gesti
Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi, rifiuta il fatalismo: il compito dell’enologo è «evitare che sia il clima a decidere quale vino dobbiamo produrre». Si sale di quota: sull’Etna i vigneti tra 600 e 1.000 metri diventano più competitivi. Si protegge la pianta con il caolino sulle foglie, una sorta di crema solare, con pergole che ombreggiano i grappoli e portinnesti resistenti alla siccità. Si sceglie il giorno esatto con sensori e modelli matematici predittivi, raccogliendo all’alba. A Montalcino il progetto Brunello Forma monitora l’interazione tra vitigno, clima e vino. Il margine, però, non è infinito. Uno studio pubblicato su Nature Reviews Earth & Environment avverte che, oltre i 2°C di riscaldamento, gran parte delle zone costiere e di pianura di Italia, Spagna e Grecia rischia di non essere più adatta ai grandi vini. La Spagna lo aveva già toccato con mano nella difficile vendemmia 2023. Negli scenari più caldi la perdita potrebbe arrivare al 90% di queste aree, con l’eccezione relativa dell’arco alpino.Un vino non peggiora
Il vino italiano non sta scomparendo: sta cambiando pelle. I rossi sono più alcolici di trent’anni fa, bianchi e spumanti lottano per conservare profumi e freschezza. Coldiretti ha stimato per il 2026 una vendemmia lunga quasi cinque mesi, dalle prime uve siciliane di fine luglio alle varietà tardive di ottobre, con un’annata «a macchia di leopardo». E la tradizionale Estate di San Michele di fine settembre, che un tempo accompagnava le ultime raccolte, oggi trova spesso i filari già spogli. Il calendario agricolo non è più un’abitudine. È una decisione. Credit- Climate change impacts and adaptations of wine production – Nature Reviews Earth & Environment
- A global map of how climate change is changing winegrowing regions – INRAE
- European summer 2025: hot in the west and south, dry in the southeast – Copernicus
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