ATTENZIONE — Tutto il materiale presente in questo articolo è coperto da Copyright Ntr24.tv a norma dell'art. 70 Legge 22 aprile 1941 n. 633. Le immagini presenti non sono salvate in locale ma sono Copyright del sito che le ospita.
News

Caro sindaco, il benaltrismo e l’articolo 27 della Costituzione non bastano più

Caro sindaco,
la tempesta giudiziaria che si è abbattuta su Palazzo Mosti non restituirà al Pd beneventano e sannita la credibilità perduta nel corso di questi anni agli occhi dei cittadini, nella stessa misura in cui non restituirà a questo centrodestra impalpabile la forza di farsi alternativa di governo per il capoluogo e i territori. E questo a prescindere da quelli che saranno gli sviluppi delle indagini, ancora in corso, a prescindere dall’estrema gravità dei fatti sinora contestati dalla Procura, sulla scorta delle dichiarazioni rese da Gennaro Santamaria, suo super dirigente, agli arresti da marzo scorso. Chi immagina di seppellirla politicamente strumentalizzando questa vicenda giudiziaria s’illude e, per apparente paradosso, la rafforza.

Tanto premesso, gli ultimi clamorosi sviluppi di questa tempesta giudiziaria la chiamano direttamente in causa sull’unico piano che ci può interessare, quello della responsabilità politica. Non solo perché tra gli indagati figurano dirigenti e funzionari con responsabilità di vertice nella struttura comunale – ed è sulle spalle del sindaco che ricade la responsabilità della scelta dei dirigenti e dell’organizzazione degli uffici, di garantire trasparenza e controlli adeguati dei processi decisionali – ma perché la pubblica opinione è ragionevolmente sgomenta e pretende risposte, perché un sindaco deve sapere quello che accade negli uffici, perché se Gennaro Santamaria era l’uomo chiave dell’amministrazione, il Presidente del Consiglio comunale appena iscritto nel registro degli indagati, oltre a due dirigenti e una funzionaria comunali, è la proiezione del sindaco in Aula. 

Lei, sino ad oggi, si è limitato a rivendicare totale estraneità ai fatti contestati dalla Procura, a sottolineare che nessun assessore sinora è stato sfiorato dalle accuse e a sostenere, indignato, che tutto, eventualmente, si sarebbe consumato sulla sua testa. Su questo presupposto ha avuto gioco facile ad alzare il livello dello scontro con le opposizioni, innanzitutto con il Pd, nel nome del garantismo. Prima ha riunito la maggioranza, ha blindato il Presidente del Consiglio, le cui dimissioni sono state puntualmente respinte, dunque è passato al contrattacco accusando il Pd di voler sovvertire la volontà popolare con il giustizialismo, mettendo in fila una serie di casi giudiziari che nel corso degli ultimi anni hanno coinvolto sindaci e riferimenti istituzionali del Partito democratico sui territori e sul piano regionale. Come se il problema fosse il Pd, come se la gara fosse a chi puzza di meno.

Insomma, ha reagito con la determinazione ad andare avanti come se nulla fosse accaduto facendo dell’articolo 27 della Costituzione l’alibi per sfuggire al dovere di dar conto sul piano politico. S’è arroccato a Palazzo Mosti con l’idea di rilanciare percorrendo la via del benaltrismo, rivendicando la propria estraneità e quella dei suoi assessori, vestendo i panni della vittima, giocando sulla debolezza dei suoi avversari.

Ci scuserà, ma se i processi si fanno eventualmente in Tribunale, se siamo ancora nelle fasi d’indagine, se è vero che sindaco e giunta restano estranei ai fatti contestati, quest’inchiesta, alla luce delle dichiarazioni rese da Santamaria in dieci interrogatori, racconta di un sistema, di diversi settori cruciali dell’agire amministrativo infestati da pratiche quantomeno opache, di un capo di gabinetto agli arresti da marzo scorso, del Presidente del Consiglio comunale indagato.

Insomma, nemmeno Lei, dall’alto della sua storia, può ragionevolmente pretendere, nel nome del garantismo, di rinviare ogni valutazione di natura politica su quanto emerso alle determinazioni delle aule di giustizia e di liquidare la questione serrando i ranghi della maggioranza. Né può immaginare di rispondere allo sgomento della comunità, dei cittadini, mettendo in fila le vicende giudiziarie che in un passato, più o meno recente, hanno riguardato altri sindaci, altre amministrazioni.

Lei sa che un comportamento deplorevole non si traduce automaticamente in una sentenza di condanna, la verità processuale non coincide necessariamente con la verità sostanziale e l’elenco delle inchieste giudiziarie che hanno fatto emergere condotte deplorevoli da parte di amministratori pubblici, al di là di ogni ragionevole dubbio, e poi si sono comunque risolte in archiviazioni o assoluzioni, è notoriamente infinito. Per mancanza di prove sufficienti, per vizi di forma o procedurali, perché il contenuto di un’intercettazione decisiva viene considerato inammissibile, per prescrizione. Una sentenza di assoluzione, ovvero un’archiviazione, non cancella la gravità eventuale dei comportamenti registrati. Ecco perché i processi si fanno in Tribunale, ecco perché la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. E in questo caso la moglie di Cesare non è Lei, ma è la sua amministrazione.

E ci consenta anche un’ulteriore riflessione: se un sindaco è sempre responsabile delle scelte che compie, della fiducia che accorda, di ciò che accade negli uffici comunali, autoproclamandosi vittima di dinamiche di cui non era consapevole, dicendosi vittima di un tradimento, Lei finisce per confessare la propria responsabilità politica. Quella di non aver visto, di non aver saputo controllare, di aver accordato fiducia a persone che poi quella fiducia l’hanno tradita, di non aver saputo scegliere, controllare. Chi meglio di Lei sa, caro sindaco, che il tradimento subito, per un leader, è una grave colpa.

Non ci fraintenda, non Le stiamo chiedendo un passo indietro, non le stiamo chiedendo di gettare la spugna dimettendosi. Né stiamo mettendo in discussione la sua estraneità ai fatti contestati dalla Procura, la sua dirittura etica e morale, una storia di mezzo secolo a servizio delle istituzioni o la nostra stima personale, per quel che possa valere.

Stiamo semplicemente dicendo che non può pensare di andare avanti come se nulla fosse accaduto, che c’è una città sgomenta che chiede risposte, che la questione non è banalmente giudiziaria ma è soprattutto politica ed è una questione alla quale non può immaginare di fuggire, trincerandosi in un garantismo d’accatto, brandendo l’articolo 27 della Costituzione.
Stiamo dicendo che Lei, tanto più in ragione di quel che rappresenta, avrebbe il dovere di assumere, senza infingimenti e fino in fondo, la responsabilità politica di quanto accaduto e di quanto sta accadendo. Questo Le chiedono i cittadini, questo, a ben vedere, è tutto ciò che Le converrebbe fare, posto che l’idea di arroccarsi e resistere avrebbe senso se il tempo fosse un suo alleato. E così non è.

Fra pochi mesi Lei dovrà lasciare Palazzo Mosti e già oggi non è più nelle condizioni di giocare la partita che stava provando faticosamente a giocare: quella delle elezioni politiche in funzione delle amministrative in città.

Oggi, caro sindaco, Lei non può continuare ad evocare l’unità del centrosinistra sul modello regionale e nazionale, la pace necessaria con il Pd sannita, non ha la forza di incidere a Napoli, su Palazzo Santa Lucia, figurarsi a Roma, dove viene percepito, con questi chiari di luna, più come un problema da gestire, ovvero da risolvere, che come una risorsa da tenere in considerazione. Anche dalle parti di Rignano sull’Arno.

Lei, caro sindaco, non è nemmeno nelle condizioni di cercare sponda in un centrodestra che sui territori pure l’ha inseguita nel corso di questi anni, anche nei mesi successivi agli arresti di Santamaria, ma che oggi gioca tutt’altra partita e non ha più alcun interesse a ricercare il dialogo.

Coltivando l’isolamento terzopolista sui territori, nel corso di questi anni, Lei è riuscito ad affermare e a coltivare l’egemonia che Le ha consentito di dare le carte, di vincere ogni passaggio elettorale. Quell’isolamento, oggi, si è trasformato in una prigionia. La pochezza dei suoi avversari sui territori non le concederà vie di fuga, perché stavolta sarà inevitabilmente la dimensione politica a prevalere su quella amministrativa. E seppure, su questa prospettiva, dovesse riuscire a sopravvivere conservando il presidio cittadino, a pagarne le spese sarà Benevento, perché l’unica prospettiva che un’amministrazione eletta tra le macerie può coltivare è quella della conservazione. La Sua città, caro sindaco, merita di essere proiettata in una nuova fase politica.

Caro sindaco, più che rivendicare un’estraneità che nessuno mette in discussione farebbe bene a parlare alla città, ponendosi, nella bufera, come il garante dei cittadini. Il suo dovere – ci consenta – sarebbe quello di farsi carico degli errori compiuti, della gravità del quadro emerso al di là e a prescindere da ogni ipotetico risvolto sul piano giudiziario, della fiducia mal riposta, provando a restituire una prospettiva che vada oltre il suo personale destino, quello della sua amministrazione, del suo partito e della tenuta del suo sistema di potere.

Anche solo per il rispetto che deve a se stesso, alla sua storia e a ciò che rappresenta, avrebbe il dovere di favorire l’emergere di un avvenire diverso da questo presente, di un futuro a cui potrebbe e dovrebbe contribuire ma sul quale, oggi, non può più pretendere di dettare condizioni vestendo i panni della vittima. Panni che tra l’altro Le stanno malissimo.   L'articolo Caro sindaco, il benaltrismo e l’articolo 27 della Costituzione non bastano più proviene da NTR24.TV - News su cronaca, politica, economia, sport, cultura nel Sannio.
Testi ed immagini Copyright Ntr24.tv