LA RIVOLTA NELLE CARCERI, OLTRE GLI SLOGAN Panorama.it - 08/04/2020 03:08:59
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LA RIVOLTA NELLE CARCERI, OLTRE GLI SLOGAN



  • La protesta per le possibili restrizioni dovute al coronavirus, dicono fonti di Panorama in vari istituti di pena, è una causa apparente. Da settimane si aspettava un innesco per scatenare la violenza. Che ora si può ripetere.
  • Immagini esclusive di Panorama delle devastazioni nel carcere di Modena

Il coronavirus è stata solo un'opportunità per alcuni delinquenti. Cercavano una scusa e l'hanno trovata. I segnali erano chiari da tempo. Quando sono rientrato in servizio, domenica, i detenuti erano già ovunque, armati di bastoni e pietre. Siamo rimasti intrappolati dentro. Non abbiamo avuto alcuna possibilità di fuga, giusto il tempo di mettere in sicurezza il padiglione. Poi ci siamo barricati nell'ufficio del comandante. Siamo scampati solo grazie al suo coraggio, è stato lui a trattare il nostro rilascio, altrimenti avremmo fatto la "fine del sorcio"». Una confessione choc, rilasciata a Panorama in forma anonima, racconta dall'interno del carcere di Modena come si sono svolte e perché, le violente proteste dilagate in tutta Italia che, solo qui, hanno avuto come conseguenza nove morti. «Ma non chiamatela rivolta, per favore. È stato un premeditato attentato alle istituzioni. Come fa il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a minimizzare la situazione?» è la dura accusa di uno dei testimoni.«Con me c'erano alcuni colleghi, mentre altri ragazzi fuori dal servizio sono andati a salvare nel reparto vecchio gli infermieri e il dottore. Chissà che fine avrebbero fatto, sennò. Siamo rimasti chiusi per ore, il tempo non sembrava passare mai. Li sentivamo avvicinare sempre più, le loro urla arrivavano a sovrastare le sirene e persino il rumore degli elicotteri. Quando abbiamo sentito l'odore di bruciato, abbiamo capito quanto fosse grave la situazione. Avevano iniziato a incendiare tutto quanto e a segare le sbarre». Una seconda fonte di Panorama, che nelle carceri ci lavora da decenni, ha raccontato una storia molto simile proveniente da Milano: «Ma quale coronavirus, la rivolta era nell'aria da settimane, se non da mesi. E di questo la polizia penitenziaria aveva già avvisato il Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Il virus è stato solo un pretesto, mentre l'allarme è rimasto ascoltato e si è preferito aspettare». Ed ecco il risultato. «Ma ci si rende conto che per due giorni i detenuti hanno avuto le carceri nelle loro mani? Questo è solo l'inizio, succederà ancora».Sono alcune testimonianze della due giorni di ordinaria follia scoppiata lo scorso 8 marzo: da Milano a Palermo, passando per Roma e Foggia, con epicentri a Modena e Bologna, le proteste hanno fatto 13 morti (tutti per overdose di farmaci, dopo che i tossicodipendenti avevano dato l'assalto alle infermerie), 41 feriti tra gli uomini della penitenziaria, con 72 detenuti che si sono dati alla fuga dal carcere di Foggia (69 dei quali fortunatamente riacciuffati). Oltre a una devastazione generalizzata, i cui danni ammontano ad almeno 30 milioni di euro, secondo le prime stime, con 600 posti letto distrutti, numerose strutture date alle fiamme o danneggiate, vetri antiproiettile e mobili frantumati, e farmaci rubati per un valore di oltre 150 mila euro.

Le devastazioni nel carcere di Modena


Immagini dalla rivolta nel carcere di Modena









A far scattare la protesta nei penitenziari, dunque, secondo più fonti non sarebbe stato affatto il divieto dei colloqui con i familiari, scattato per arginare il contagio. Piuttosto, la precaria condizione delle carceri italiane, una bomba a orologeria in quello che i testimoni delle violenze chiamano «microcosmo indescrivibile» dove non ci sono solo persone che hanno sposato il crimine: «Molti detenuti sono persone normali che hanno commesso degli errori. Va chiarito che molti non hanno partecipato alle devastazioni e si sono barricati a loro volta per paura». Il timore di ulteriori azioni è condiviso tuttora da molti operatori della sicurezza. A cominciare dal contestato capo del Dap, Francesco Basentini, di cui tre partiti su quattro dell'attuale maggioranza chiedono le dimissioni. In una lettera a uso interno dello scorso 11 marzo, Basentini afferma: «Allo stato, non è in alcun modo possibile escludere una ripresa della agitazioni» e per questo invita «alla massima attenzione finalizzata a cogliere ogni possibile segnale in tal senso» per «impedire ogni ulteriore comportamento volto a incentivare a nuove sollevazioni». Anche secondo il Segretario regionale del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria) dell'Emilia-Romagna, Francesco Campobasso, il coronavirus c'entra poco o nulla: «Le ragioni dietro tutti questi episodi sono diverse, hanno a che fare sia con la nuova emergenza in cui si trova l'Italia sia con le vecchie e incancrenite emergenze che vive il sistema carcerario da decenni. Le rivolte hanno solo messo in risalto come il sistema carcerario in Italia sia al collasso e mostrato tutte le falle del nuovo sistema di vigilanza, la cosiddetta "sorveglianza dinamica" e il "regime aperto"».Il riferimento è all'apertura delle celle per i detenuti di media e bassa sicurezza per almeno otto ore al giorno (fino a un massimo di 14), con la possibilità per gli stessi di muoversi liberamente all'interno della propria sezione. Una sorta di rivoluzione che però, secondo Campobasso, «ha fatto sì che fossero smantellate le politiche di sicurezza delle carceri. Non può essere un caso che il numero degli eventi critici nelle carceri sia aumentato proprio da quando sono state introdotte la vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto». Se è vero che in media il 95 per cento dei detenuti resta fuori dalle celle tra le 8 e le 10 ore al giorno, è altrettanto vero che non tutti sono impegnati in attività lavorative e, anzi, trascorrono il giorno a oziare. I supporti informatici, infatti, non sono sempre efficienti e funzionanti e così poco più di un sesto dei carcerati lavora: 16.850 persone, secondo i dati ufficiali del Dap. Si aggiunga che tutto questo ha comportato un aumento del numero di aggressioni ai danni della polizia penitenziaria. Senza contare che le carceri sono spesso obsolete, prive di importanti strutture quali sale controllo, e i cui sistemi di antintrusione e antiscavalcamento in alcune realtà fuori sono uso da anni, come a Modena.Il cuore del problema resta ovviamente il fenomeno del sovraffollamento. Un fattore che mina nelle fondamenta il fine istituzionale del reinserimento del condannato, dimostrando plasticamente la massima secondo cui «non c'è trattamento se non c'è sicurezza». I dati parlano chiaro: secondo il ministero della Giustizia, che li ha aggiornati al 29 febbraio scorso, i detenuti sono attualmente 61.230 a fronte di una capienza di 50.931 posti, con un tasso di sovraffollamento pari al 120 per cento, che raggiunge punte del 153 per cento in Puglia (dove non a caso si è verificata l'evasione di massa) e addirittura del 175 per cento in Molise: nel carcere di Larino, in provincia di Campobasso, il tasso di sovraffollamento registra il record del 208 per cento, con 238 detenuti a fronte di 114 posti. Non è da meno Taranto, al 196 per cento e un numero di detenuti doppio rispetto ai letti disponibili: 600 su 306. Come non immaginare che in queste condizioni non sia probabile una nuova ondata di violenze? Infatti il ministro Bonafede ipotizza una scarcerazione di massa: ai domiciliari andrebbero così 12 mila detenuti, quelli cioè con meno di 18 mesi di pena da scontare. Ma come sia possibile, visto che manca personale sufficiente per monitorarli tutti e che di nuovi braccialetti elettronici non vi è traccia, non è dato sapere. Su questo Emanuela Piantadosi, presidente dell'Associazione vittime del dovere, denuncia: «Chi invita il governo a liberare questi soggetti dimostra di non aver proprio capito che cosa significhi essere parte attiva e solidale di una comunità in pericolo».Mentre il rischio «carceri infette» resta uno scenario plausibile e in parte già reale, in una situazione così compromessa, una nuova rivolta nelle carceri potrebbe non essere più gestibile e aprire a scenari sudamericani, con un'inedita solidarietà (o connivenza, dipende dai punti di vista) tra detenuti e agenti. I quali peraltro sono esposti al virus non meno, anzi più dei carcerati, potendo entrare e uscire dal carcere, spesso senza le adeguate misure di protezione. Il ministero, infatti, non le ha fornite con tempestività.


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