PERCHE' LA SANITA' ITALIANA E' AL COLLASSO Panorama.it - 05/04/2020 20:40:04

PERCHE' LA SANITA' ITALIANA E' AL COLLASSO



È dal 2011, con il governo di Mario Monti, che nel nostro Paese si tagliano posti letto, bloccando l'assunzione di medici e personale. Riduzioni proseguite anche sotto gli esecutivi Letta, Renzi e Gentiloni. E ora, per tamponare l'emergenza, si richiamano in servizio i pensionati e ci si affida a laureati senza esperienza.


L'Associazione anestesisti e rianimatori ospedalieri italiani l'aveva detto, che le postazioni delle terapie intensive erano troppo poche. L'aveva segnalato a chi di dovere, l'Aaroi, e con parole forti: «Mancano oltre 3.500 anestesisti rianimatori» e che di fronte a una crisi sanitaria «il sistema potrebbe andare in tilt». Oggi sappiamo che l'allarme era più che giustificato. Contro il coronavirus, del resto, chi poteva allertarci meglio dei medici che ogni giorno sono in prima linea proprio nella gestione delle peggiori emergenze? Quando l'Aaroi mandava l'Sos, però, di epidemia non si parlava di certo. Era infatti il 17 novembre 2011. Destinatario di quel cupo segnale Mario Monti, l'economista che esattamente il giorno prima era stato nominato presidente del Consiglio. Il problema è che, nemmeno un mese dopo, sarebbe partita la grande stagione dei risparmi imposti alla sanità. A quel punto, altro che i rinforzi richiesti dai medici rianimatori! In un solo anno, tra il 2011 e il 2012, Monti avrebbe deciso 6,8 miliardi di tagli lineari al bilancio del ministero della Salute, più il blocco totale del turnover per i dipendenti del settore, più il taglio di 27 mila posti letto negli ospedali. E il bagno di sangue sarebbe proseguito nei nove anni successivi.Secondo uno studio pubblicato nel settembre 2019 da una delle più autorevoli centrali di ricerca del settore, la Fondazione Gimbe - Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze - nell'ultimo decennio il Servizio sanitario nazionale ha subìto «mancati incrementi di finanziamento pubblico» per 37 miliardi. Sono mancati 25 miliardi di copertura tra il 2011 e il 2015, grazie alle manovre dei governi di Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi; altri 12 miliardi sono stati sforbiciati tra il 2015 e il 2019, quattro anni nei quali l'Europa ha imposto razionalizzazioni di spesa al governo Renzi e a quelli dei suoi due successori, Paolo Gentiloni e Giuseppe Conte. Volete capire perché oggi, davanti alla pandemia, siamo ridotti tanto male? Vi domandate perché mai in tutto il Paese abbiamo soltanto 5.285 letti di terapia intensiva là dove, per affrontare degnamente l'emergenza coronavirus, dovrebbero essere almeno il doppio? Il motivo è che, per un decennio, la politica italiana non ha ascoltato i medici; al contrario, ha considerato la sanità pubblica come un salvadanaio da rompere, e cui attingere. Quando il coronavirus non era apparso nemmeno in Cina, Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, segnalava che le risorse erano insufficienti: «Da dieci anni» diceva nel settembre 2019 «nessun governo ha mai avuto il coraggio di mettere la sanità pubblica al centro dell'agenda, ignorando che questo porterà a un disastro sociale ed economico senza precedenti». Nei giorni scorsi Girolamo Sirchia, medico e ministro della Salute nel secondo governo Berlusconi (2001-2005), ha messo sul banco degli imputati proprio gli esecutivi dal 2011, e senza farne il nome ha indicato in Monti il primo responsabile: «La cattiva politica ha ammazzato la sanità pubblica» ha detto. «Al ministero io arrivavo dagli ospedali e conoscevo la vita e la sofferenza. Purtroppo negli ultimi anni abbiamo subìto l'influenza negativa di alcuni economisti, intelligenze importanti ma pericolose: vivono di slogan e formule ma sono lontani dalla realtà e dalla società».La durezza delle economie di scala, in effetti, è stata imponente. Il sito QuotidianoSanità.it ricorda bene i tagli subìti dagli ospedali, cui il governo Monti, nel novembre 2012, aveva imposto uno standard massimo di 3,7 posti-letto disponibili (riabilitazione e lungodegenza incluse) ogni mille abitanti. L'ultimo censimento era stato condotto nel 2009, e indicava un totale di 251.023 posti-letto ospedalieri: 4,2 ogni mille abitanti. Quando nel 2012 Monti aveva deciso un taglio a quota 3,7 letti per mille abitanti, QuotidianoSanità.it stimò avesse soppresso 26.708 letti in un colpo solo. Da allora, la tendenza non s'è mai invertita. In base all'ultima rilevazione, nel 2017 i posti letto erano scesi a 192 mila, e il rapporto con gli abitanti s'era ridotto a 3,2 ogni mille. Sei mesi fa, la Fondazione Gimbe ha stimato che negli ultimi dieci anni siano stati tagliati «oltre 70 mila posti letto». È vero che anche in Europa la media dei posti letto è calata, ma il dato a livello continentale resta molto più alto di quello italiano: secondo l'Ufficio parlamentare di bilancio, un centro studi indipendente a disposizione di senatori e deputati, in Europa c'erano 5,7 letti ogni mille abitanti nel 2007, e il dato era sceso a 5 nel 2017. In base ai dati di confronto internazionale più aggiornati, quelli pubblicati nel 2018 dall'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, due anni fa la spesa pubblica per la sanità italiana era al 6,6 per cento del Prodotto interno lordo. È un livello molto più basso rispetto a quel che nel 2018 registravano Germania (9,5 per cento), Francia (9,3) e Regno Unito (7,5). Da noi, però, la stagione dei tagli sanitari è continuata fino all'inizio della pandemia. Anzi, nelle previsioni del Documento di economia e finanza varato nel 2019, il governo di Giuseppe Conte indicava che il rapporto tra spesa sanitaria e Pil avrebbe dovuto restare al 6,6 per cento nel 2020, per poi ridursi al 6,5 nel 2021 e al 6,4 nel 2022. Anche sul taglio dei medici la politica, per anni, ha incassato senza alcuna reazione le più dure critiche degli esperti della materia. Oggi gli specialisti nella sanità pubblica sono 105 mila, contro i 125 mila del 2010. Hanno un'età media di 55 anni. Nel marzo 2019, uno studio dell'Associazione nazionale aiuti assistenti ospedalieri (Anaao) e dell'Associazione medici dirigenti (Assomed) stimava gli effetti futuri del blocco del turnover deciso alla fine del 2011 dal governo Monti e rinnovato a più riprese. Da qui al 2021 andranno in pensione 20 mila medici, quasi un quinto del totale. Spingendosi al 2025, Anaao e Assomed prevedono «prudenzialmente» che in 52.500 possano ritirarsi per limiti di età: metà degli attuali ospedalieri. I 35.800 nuovi medici che verranno formati nel periodo 2018-2025 riusciranno a coprire solo in parte l'esodo: alla fine, il saldo sarà negativo per 16.700 medici. Le carenze riguarderanno i settori più delicati: anestesisti e rianimatori, chirurghi generali, internisti e cardiologi, ma anche ginecologi, psichiatri e ortopedici. Ora, per fortuna, il decreto del 16 marzo ha disposto l'assunzione urgente di 20 mila tra medici e infermieri. La norma prevede di inviare sul fronte del coronavirus pensionati o semplici laureati in medicina, anche se non hanno ancora superato l'esame di Stato: vengono un po' in mente i fanti-bambini, i «ragazzi del '99», che nel 1917 venivano spediti diciottenni sul Piave dopo Caporetto. Per altri versi, torna alla mente anche la polemica sui «giudici-ragazzini» che nei primi anni Novanta, senza esperienza, venivano spediti a occuparsi di mafia nelle aree governate dalla criminalità organizzata. La sanità, nell'era del Covid-19, non è meno pericolosa: ora il governo, finalmente, mette a disposizione risorse che in teoria sono miliardarie. Speriamo solo non sia tardi.


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