Il diritto alla salute, dietro le sbarre Aduc.it - 06/04/2020 16:35:39

Il diritto alla salute, dietro le sbarre

 Oggi desidero segnalare un ampio approfondimento sul tema della salute nelle carceri, esploso di fronte all’opinione pubblica con le rivolte in alcune carceri iniziate il 9 marzo scorso. Lo pubblica l’agenzia di stampa NEV (Notiziario Evangelico) nel suo numero 12 del 18 marzo scorso, che ringrazio per il permesso accordato [le sottolineature sono mie]. Tale approfondimento consta di due parti, l’intervista alla pastora Tomassone (Firenze) e le proposte contenute nel documento congiunto delle associazioni Antigone, Anpi, Arci, Cgil e Gruppo Abele, pubblicato il 14 marzo scorso. Roma (NEV), 16 marzo 2020 – “Rimettere l’attenzione alla salute al centro delle politiche carcerarie, questa è la cosa più importante, che sia in tempi di coronavirus o nella quotidianità”. Inizia così la riflessione della pastora della chiesa  valdese di Firenze Letizia Tomassone, anni di esperienza nelle carceri, dopo i fatti degli scorsi “In carcere – continua – è tutto molto difficile, ottenere farmaci, una visita medica, una prescrizione. Anche progetti di educazione sanitaria portati avanti negli anni passati con le Asl sono stati interrotti ormai da tempo. La salute di chi è rinchiuso non è considerata prioritaria”. Dunque cosa è successo con la pandemia in corso? “Oggi è difficile restare immuni dal virus. Il personale penitenziario va avanti e indietro, e anche in assenza di colloqui con le famiglie, non si vive in una bolla. Questa è solo l’idea che si fa la società esterna, incapace di conoscere, di entrare in contatto, di fare di quel pezzo di società un pezzo di cui ci si prende cura. Come fuori. Dall’inizio di marzo si è pensato di imporre una ghettizzazione insopportabile per chi sta in carcere, ma questo fatto ha colpito tutta la comunità a cerchi che si sono allargati sempre più: prima le famiglie e i detenuti, poi quanti sono in contatto con loro, e infine tutti quanti, alla vista delle fiamme e delle sommosse nelle carceri”, prosegue la pastora Tomassone. Nel frattempo sono passati dei giorni, le “rivolte” nelle carceri si sono placate ma per chi vive la condizione detentiva “la chiusura diventa doppia e crea paura, per via dei contatti inevitabili in spazi troppo stretti, per via dell’assenza forzosa dei volontari, quelli delle associazioni e di tutte le fedi religiose, degli insegnanti, degli animatori di teatro, di tutti coloro che lavorano per dare un senso al tempo passato in cella. Con la chiusura di ogni contatto con i volontari e le volontarie, il carcere diventa ancora più isolato, un luogo “non visto”, posto fuori dalle città, un luogo abbandonato”.  Una quarantena nella quarantena, dunque. “Questa barriera è dannosa per i detenuti e anche per la società, si ripercuote in forme di disumanizzazione dell’altro. Invece ...



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