Il Garante Privacy ha vietato a Lusha di trattare i dati degli utenti italiani, ordinandone la cancellazione e comminando al data broker americano una sanzione da 2 milioni di euro. Nel database della piattaforma erano finiti anche i contatti di esponenti delle istituzioni, alcuni estremamente esposti come il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ministri, parlamentari e componenti di autorità indipendenti.
Lusha offre alle aziende un archivio di contatti professionali utilizzabile per marketing, vendite, ricerca di personale e verifiche antifrode. Per ogni persona crea una scheda con nome, mail, telefono, ruolo, anzianità lavorativa e posizione geografica, aggiornata periodicamente e personalizzabile attraverso dei filtri. I dati provenivano da LinkedIn, Salesforce, siti, blog e forum professionali, ma anche dalle caselle di posta, dai calendari e dai CRM collegati dagli utenti. Gli indirizzi di posta elettronica mancanti potevano essere ricostruiti attraverso algoritmi basati sul formato utilizzato dall’azienda, mentre i numeri di telefono venivano acquistati da fornitori esterni, prevalentemente americani.
Per il Garante, pubblicare la propria posizione lavorativa online non significa accettare che indirizzo mail e numero di telefono vengano recuperati altrove, riuniti in un database e venduti a un numero indefinito di aziende, ancor meno che i dati vengano usati per inviare comunicazioni commerciali senza il consenso dell’interessato. Lusha sosteneva di poter fondare il trattamento sul legittimo interesse proprio e dei clienti, ma l’Autorità ha respinto questa impostazione: la cessione a terzi di contatti destinati ad attività commerciali richiede il consenso, e il vantaggio economico della piattaforma non prevale sul diritto delle persone a mantenere il controllo sui propri dati.
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