• LUNEDÌ 18 OTTOBRE 2021 - S. Luca evangelista

I lampioni del futuro potrebbero essere delle piante | Ricerca MIT

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I ricercatori del MIT hanno compiuto un importante passo avanti nel settore dell'illuminazione verde, letteralmente: grazie a delle speciali nanoparticelle inserite nelle foglie, sono riusciti a creare una pianta che emette molta luce e per molto tempo. Bastano 10 secondi di esposizione a una luce LED per ottenere diversi minuti di bio-luce, e la ricarica può avvenire più volte. Sono molte le iniziative condotte a livello globale per rendere praticabile questa tecnologia, che permetterebbe di ridurre in modo notevole l'inquinamento prodotto dall'illuminazione notturna delle città: il primo successo in merito risale addirittura al 2014, con BioGlow. Possiamo affermare che si tratta di un prodotto di seconda generazione: lo stesso gruppo di ricerca ne aveva realizzato una prima iterazione nel 2017. Rispetto a quel "modello", la luminosità dalla seconda generazione è ben 10 volte superiore. Tutto parte dalle lucciole: le nanoparticelle sono composte infatti di luciferasi, l'enzima che permette il fenomeno per cui gli insetti sono tanto famosi quanto affascinanti. La "batteria luminosa" che fornisce alla luciferasi l'energia per emettere luce è invece un nocciolo di alluminato di stronzio rivestito di silice. Queste particelle possono catturare la luce dei LED o del Sole stesso.È proprio questa "batteria" la principale innovazione della seconda generazione di piante bioluminose. La versione del 2017 era basata esclusivamente su luciferasi e luciferine, replicando esattamente quanto succede nelle lucciole. L'alluminato di stronzio è invece quel composto che si trova anche negli oggetti artificiali "glow-in-the-dark", comunemente detti fosforescenti (perché una volta al posto dell'alluminato di stronzio si usava proprio il fosforo, che però era meno efficiente, meno luminoso e meno duraturo nel lungo termine).


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