• SABATO 27 FEBBRAIO 2021 - S. Gabriele dell'Addolorata

'Topicida nel limoncello dato al cognato', assolto Morante

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Benevento.  L’ha spuntata la difesa. Il Tribunale ne ha accolto le argomentazioni. E’ la prima volta che accade nel lunghissimo ‘match giudiziario’ tra la Procura e Renato Morante, 47 anni, di Benevento. Uno ‘scontro’ nel corso del quale, avevano tuonato gli avvocati Carmine Monaco e Paolo Piccialli, “la giurisdizione è stata impugnata come un clava”. Il fatto non sussiste, ha sentenziato, intorno alle 15.30, il collegio giudicante (presidente Baglioni, a latere Cuoco e Camerlengo) che lo ha assolto. Facendo altrettanto anche con la moglie Maria Luisa Colarusso e due familiari, Adriana e Tonino Morante. Il fatto è l’accusa di tentato omicidio (e non solo) del cognato (parte civile con l’avvocato Vincenzo Regardi), al quale sarebbe stato offerto del limoncello ‘corretto’ con una sostanza topicida. La vicenda risaliva alla vigilia di Natale del 2007 ed era finita al centro di un’indagine del sostituto procuratore Antonio Clemente e dei carabinieri partita nove mesi più tardi. La tesi degli inquirenti era che Morante, in qualità di mandante, e la consorte, che aveva materialmente porto il bicchierino al congiunto, avrebbero cercato di ucciderlo dopo averlo convocato nella loro abitazione per indurlo a ritrattare le dichiarazioni accusatorie nei suoi confronti, i sospetti che aveva manifestato quando i suoi due escavatori erano stati incendiati. E ancora: per affidargli il compito di parlare con Roberto De Santis, titolare di un pub a San Giorgio del Sannio, (vittima di un grave ferimento per il quale Morante è già stato condannato con sentenza non ancora definitiva ndr), perché, quando fosse stato ascoltato dai militari, riferisse di aver “preso solo un caffè con la consorte di Morante”, e non di aver avuto una relazione con lei. La presunta vittima si era sentita male a distanza di una settimana, le gengive avevano cominciato a sanguinare e per questo era stata ricoverata in ospedale. Dove, anche sulla scorta di un riferimento che avrebbe fatto una persona – che ha però smentito – che era andata a trovarla,  aveva collegato il problema all’assunzione del liquore. Dunque, ad un avvelenamento da topicida. I medici avevano diagnosticato una coagulopatia, senza però praticargli le analisi necessarie ad individuare la sostanza che l’aveva scatenata. Individuata dagli inquirenti nel bromadiolone, di cui erano state rinvenute alcune fiale,  dopo alcuni anni, nel bunker pieno di armi scoperto, grazie ad una collaborante, nei pressi dell’abitazione di Morante. Il pm Nicoletta Giammarino, che ha rappresentato l’accusa in aula, aveva chiesto 19 anni e 4 mesi per Morante (tentato omicidio, minaccia per costringere qualcuno a commettere un reato, tentata estorsione ai danni di un altro cognato, porto illegale di una pistola); 14 anni e 6 mesi per Maria Luisa Colarusso, per tentato omicidio, tentata minaccia per costringere qualcuno a commettere un reato, subornazione. Un’accusa quest’ltima per la quale aveva proposto 2 anni e 6 mesi anche per Adriana Morante e l’assoluzione, perché il fatto non sussiste, per Tonino Morante. Infine, il Pm aveva chiesto l’assoluzione di Morante e degli altri tre per violenza o minaccia a pubblico ufficiale. Nessun dubbio, dunque, per l’accusa, convinta di aver definito le responsabilità. Conclusioni diametralmente opposte a quelle dei due difensori, che avevano puntato il dito contro la qualità dell’attività investigativa, l’attendibilità della parte offesa e del collaborante. Contro “dichiarazioni di volta in volta aggiustate”, piene di “divergenze insanabili”. Evidenziate prima dal gip, poi dal Riesame quando avevano bocciato la richiesta di una misura cautelare. “E’ un processo che non doveva neanche iniziare”, hanno insistito Piccialli e Monaco. Si chiuso questo pomeriggio: tutti assolti perché il fatto non sussiste. Come è noto, dopo alcuni anni trascorsi in carcere ed il ricovero in clinica per le sue condizioni di salute, dallo scorso marzo Morante è agli arresti domiciliari su decisione della Cassazione. A suo carico una condanna a 12 anni per armi, sulla quale deve ancora esprimersi la Corte di appello, ed una a 16 anni per il tentato omicidio di De Santis, sulla quale deve pronunciarsi la Suprema Corte. Enzo Spiezia



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