• GIOVEDÌ 24 SETTEMBRE 2020 - S. Pacifico da S. Severino

Avvocati sempre più poveri, molti si cancellano dall'albo

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Avellino.  Quattromila avvocati hanno deciso di lasciare la professione. Secondo uno studio fatto da "Repubblica", negli ultimi anni il loro reddito medio è crollato del 18%, mentre il 45% dei colleghi dichiara meno di 10mila euro. Sul punto, peraltro, viene evidenziato come si sia allargata la forbice tra i colleghi più ricchi e quelli più poveri. I primi, che rappresentano il 9% dell’avvocatura, monopolizzano il 50% del reddito complessivo prodotto. Il restante 91% dei colleghi deve invece dividersi l’altro 50%. In altri termini, su 223 mila avvocati, il 50% dei reddito complessivo è in mano a 20 mila di loro. Una sproporzione davvero enorme. Gli avvocati più poveri sono gli under 40, con un reddito medio che si attesta intorno ai 25 mila euro, contro i 30 mila di un dipendente privato e i 35 mila di un dipendente pubblico. Ciò a dimostrare che in Italia il lavoro autonomo non paga, e in particolare non paga (ormai non più) il lavoro nelle professioni intellettuali. Soluzioni e interventi? Mirella Casiello dell’Oua propone un patto “tra generazioni e inter-reddittuale” affinché sia possibile connettere gli studi affermati con i professionisti più giovani, per favorire gli studi multi-professionali. Il che potrebbe essere anche una soluzione, ma non è quella che serve. In verità, serve rivedere le norme della professione forense, e in particolare è necessario abolire l’art. 21 e ripristinare l’obbligo di contribuzione a Cassa solo al di sopra di un certo reddito. Questo è il primo intervento. In secondo luogo, è necessario favorire una maggiore concorrenza professionale, abrogando tutte quelle norme che comprimono la libertà dell’avvocato di pubblicizzare la propria attività, come del resto richiede l’Autorità Garante per la concorrenza e il mercato.



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