• VENERDÌ 5 MARZO 2021 - S. Foca martire

«Volevamo diventare delle attrici porno»

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Avellino.  Sono passati venti anni da “Irpinia a luci rosse”, l'inchiesta che provocò un clamore senza pari in città. Per il sesso esibito, certo. Con i festini, i film, e le decine di personaggi coinvolti: insospettabili, improbabili e assurde caricature. Ma anche per altro. Che cogliamo meglio oggi, dopo due decenni: per quell'illusione di innocenza che svanì per sempre. E non solo per la storia proibita. Avellino, tranquilla e indolente, fece all'epoca i conti, quasi sorpresa, con una generazione di assidui consumatori di extasy e cocaina. Mentre l'eroina continuava spettrale e mietere vittime. La scoperta fu scioccante: la droga non era più una questione da emarginati. Centinaia di ragazzi – a vario titolo – rimasero nella rete degli investigatori. Un giro imponente. Una prima finestra aperta su quello che sarà. E in parallelo, la città conobbe mesi di morbosa curiosità per una storiaccia che, iniziata dal resoconto di una squallida vicenda di prostituzione e sfruttamento, devia all'improvviso su un altro piano. Gli stessi personaggi condussero infatti una rumorosa protesta al bigottismo di provincia con l'ambizioso obiettivo di trasformare Avellino nella capitale italiana del cinema porno. L'intreccio tra queste due vicende – in parte collegate – ha avuto un effetto dirompente. Per mesi non s'è parlato d'altro. E la videocassetta del film hard, “Parigi 1940”, è stata probabilmente la più venduta di sempre in città. Avellino era diversa. La auto passavano ancora sul corso. La crisi non era neppure alle porte. La stampa locale era agli albori. Di lì a poco sarebbero usciti L'Opinione Irpinia di Yuri Grasso e qualche mese dopo Ottopagine, “Il Mattino” dedicava all'Irpinia una sola pagina, a volte due, alla guida della redazione l'indimenticato Peppino Pisano. Era in edicola un settimanale di cronaca, “Dossier”, che più e meglio di tutti racconterà quei giorni, pubblicando anche una assoluta novità per l'epoca: due instant book (con le prefazioni di Ugo Santinelli e Camillo Marino). Pasquale Grasso, fondatore e proprietario di TeleNostra, e influente personaggio della politica e del giornalismo avellinese, era morto da qualche mese. Le tivvu locali vivevano un momento di espansione. De Mita e Mancino ancora potenti. Il sindaco era Angelo Romano. Il duemila s'intravedeva. E il futuro non era un buco nero. Tutto inizia il 17 gennaio del 1994. L'operazione Strade pulite si conclude con 18 arresti. A condurre le indagini gli agenti della polizia stradale, il vice questore Vincenzo Diaferia, il suo vice, Salvo Calabrese, e due infaticabili agenti, Luigi De Prizio e Luigi Spiniello. L'inchiesta è coordinata dall'allora sostituto procuratore Antonio Guerriero. Due i locali al centro dell'inchiesta, un bar e un privè, entrambi in via Tuoro Capuccini (ometteremo i nomi delle persone coinvolte, dopo due decenni hanno diritto all'oblio ndr). Tra gli arrestati spacciatori più o meno noti e giovani incensurati. Verranno sentiti, insieme a un centinaio di ragazzi, tutti consumatori. Parlano, parlano tutti. “I racconti – si legge nell'istant book Irpinia a luci rosse – hanno riempito migliaia di pagine di verbali e portato nei locali dell'acido, nella centrale dei viaggi allucinati, dove l'extasy e la coca avevano sostituito l'eroina e il fumo, le droghe popolari”. A portare la droga ad Avellino piccoli gruppi bel organizzati, da Amsterdam, Brescia, Foggia, Roma, Siena e Napoli. Poco dopo scatta l'operazione “Francobollo”. Altri arresti. Altri racconti. E ce n'è uno che apre uno squarcio su una storia diversa. A fornirlo è un giovane consumatore. “Ma voi non sapete...” dice agli investigatori. Una pausa. Un'altra domanda. Poi: “Le feste, le feste porno che organizzano al privè...” Da lì parte un'altra inchiesta. Irpinia a luci rosse, appunto. Altri personaggi, la droga solo sullo sfondo, decine di festini, ragazze perdute, sciacalli, e il progetto di una cinematografia hard in salsa avellinese. Tra tante stellette del sottobosco hard italiano, spuntano Sanly, Beba Ross e Pollicina, animatrici delle feste, che si tengono un po' ovunque in città e provincia. Ristoranti, discoteche, capannoni. Basta un ring per le esibizioni e dei privè per appartarsi. Partecipano ragazze dell'est e sudamericane, portate in Irpinia da un curioso personaggio, Sasà l'autista. Un moderno pappone che bazzica tra il Club 21 e il Sandokan, i locali del vizio a due passi dalla stazione di Napoli. Ci sono anche italiane. E tra loro una 19enne atripaldese. Famiglia bene, studentessa. Con un problema: il fidanzato, eroinomane. Che oltre a regalarle la passione per il buco la convince anche a prostitursi per racimolare i soldi necessari per la dose. La ragazza entra in un vortice di incontri. Si maschera il viso per difendere un'illusione di pudore. Tra i clienti avvocati, medici, imprenditori, ma anche piccoli commercianti, pregiudicati. La maschera vola via dopo qualche mese, con l'ultima briciola di residua vergogna. Viene ritratta in un servizio porno per un giornale tedesco. Poi conosce il titolare di una videoteca. Uno degli animatori dei festini. L'ideologo della cultura porno contro il bigottismo, che continua a cullare il suo sogno: realizzare film hard in Irpinia e anche con attori e attrici del posto. La ragazza accetta, insieme al suo ragazzo. E sarà la protagonista di “Parigi 1940”, che viene girato da un esperto documentarista (aveva realizzato anche opere per il Vaticano), in una villa di Monteforte Irpino. Il gruppo cresce. Decine di aficionados assistono – a pagamento – alle riprese del film. Le feste continuano. Ma gli inquirenti hanno messo in luce quella brutale storia di sfruttamento della prostituzione. Tutto sfuma con il tintinnio delle manette. Il blitz impedisce la messa in commercio del secondo film porno avellinese, “I sogni di Roberta”, Sanly protagonista, tutto girato in un appartamento di via Tagliamento, non molto lontano dalla vecchia sede della prefettura. Le indagini durano mesi. Seguite con morbosa passione dalla città. La redazione di Dossier è sotto assedio. Tutti chiedono, vogliono sapere. La storia conquista spazio sulle testate nazionali. Prima la Voce di Montanelli, poi Repubblica, il Corriere della Sera. Non c'è ancora Facebook, internet è per pochi. Ma la notizia diventa virale. Una giovane commerciante atripaldese conquista il suo quarto d'ora di notorietà quando racconta alla Rai che lei non è la protagonista del film. I due instant book di Dossier vengono distribuiti in edicola. Due stampe da seimila copie che finiscono in poche ore. In tribunale c'è un via vai di personaggi al limite del credibile. Ognuno con la sua storia. Vi proponiamo il capitolo dedicato a Sanly e tratto dalla seconda parte del book Irpinia a luci rosse. Arrivò in tribunale con un pantacollant attillatissimo, la scollatura generosa, un cagnolino al guinzaglio e suo marito, Roberto Marchegiani, 30 anni, i capelli corti e un nome d'arte (?): Savage, il selvaggio. Patrizia Di Battista, 28 anni, di Rovigo, una improbabile laurea in psicologia, raccontò ai cronisti, mentre passeggiava sculettante nei corridoi del palazzo di giustizia, di essere esperta di fausting. E che cos'è?, le chiesero. “Ma come – disse lei candida, i denti sporgenti, il naso arrossato dal raffreddore e un corpo non proprio da pornodiva -, non lo sapete? E' la doppia penetrazione con le mani”. Era fiera delle sue doti. Il marito confermò: “E' bravissima, la migliore di tutte in questa specialità. Dovreste vederla, uno spettacolo”. Sanly doveva essere interrogata dal sostituto Guerriero. Ma l'attrazione della giornata era lui, Savage. In meno di un'ora raccontò ai cronisti una quantità industriale di frottole. La sua donna si sarebbe esibita per Antonio Di Pietro (all'epoca popolarissimo ndr), un numero imprecisato di prefetti e questori in tutta Italia, politici, amici dei politici, imprenditori, cantanti e camorristi. Ma non era tutto, la sua Sanly era anche l'amica segreta di Ayrton Senna (morto da poco ndr), e la confidente di Roberto Baggio. Ad Avellino, infine, la pornomoglie si sarebbe concessa al gotha del potere. Interrogato dagli inquirenti, il buon Savage smentirà tutto. I due hanno vissuto per sei mesi a Sorbo Serpico, in una piccola mansarda. C'era la corrente elettrica, ma mancava l'acqua. A rifornirla un commerciante avellinese (che aveva messo a disposizione l'appartamento): portava ogni giorno damigiane riempite dalla vicina sorgente. Per la strana coppia quella casa doveva sembrare una reggia. Prima i due avevano abitato in un vecchio maggiolone azzurro, regalato in circostanze misteriose da un investigatore, insieme a un cagnolino (Pulce), un gatto e un canarino. Una mansarda molto frequentata quella di Sorbo Serpico. Sanly non passava inosservata: minigonne inguinali, spesso gialle o arancioni, tacchi a spillo, cagnolino e Savage al fianco. Era lei la vera regina delle feste, ed è lei la protagonista de “I sogni di Roberta” (anche lì si esibisce nella sua specialità). Durante una cena, la fanciulla iniziò una esibizione fuori programma, inserendo nella vagina frutta e ortaggi. La performance si concluse con un ricovero nel reparto di ginecologia del Moscati. Sono passati solo venti anni. Eppure, tutto sembra cambiato, profondamente. Ci chiediamo se quella storia susciterebbe oggi lo stesso clamore. Forse sì, ma viaggerebbe veloce, bruciandosi in pochi giorni, sui vostri smartphone. Luciano Trapanese



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