• MERCOLEDÌ 12 AGOSTO 2020 - S. Eusebio vescovo

"Salviamo Casa Papanice dall'incuria e i vandalismi"

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Le urgenze dell'inurbamento, il pretesto dell'edilizia popolare, l'equivoco del razionalismo hanno generato una quantità di mostri architettonici denunciati dai numeri. Su 25 milioni di edifici innalzati (a partire dai sopravvissuti templi del VI secolo a.C. di Segesta, Paestum e Agrigento), se ne contano 12 milioni fino al 1959; e 13 milioni dal 1960 a oggi. Dunque, in 60 anni si è edificato di più che in 2600.È evidente che dati sconvolgenti come questo indicano una produzione selvaggia che ha reso l'Italia brutta per chi si applichi a guardarla nella sua perimetrazione più vasta. Chi vada a Ruvo di Puglia o a Rossano Calabro, prima di arrivare nel centro storico, deve attraversare strati di periferie indefinite con edifici fatiscenti, secondo tipologie condominiali già degradate per la cattiva esecuzione di improbabili architetture, vere e proprie scatole da scarpe come una signora arroccata nel quartiere Pirelli nel 1923 a Milano giudicava lo sviluppo della Bicocca: scatole da scarpe.L'Italia dei templi, delle chiese romaniche, degli edifici rinascimentali, delle città barocche, è sopraffatta da una produzione speculativa, meccanica, spesso dovuta ad architetti di programmatico impegno sociale, distruttori consapevoli, non ossequiosi a un regime ma regime essi stessi.Dopo gli ultimi conati di architetti rari e sofisticati come Carlo Scarpa, Luigi Caccia Dominioni, Mario Ridolfi, Gino Valle, Paolo Portoghesi, la produzione architettonica di qualità in Italia si è contratta nei rari esercizi di più giovani architetti come Mario Botta o Francesco Venezia, in aperto contrasto con tristi interpreti di linguaggi equivoci di ispirazione velleitaria (penso a De Carlo e Minissi), come Stefano Boeri. ...



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