• GIOVEDÌ 29 OTTOBRE 2020 - S. Narciso vescovo

Silenzio elettorale, impresentabili e par condicio. Il balletto dell'ipocrisia

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Alla mezzanotte di ieri è entrato in vigore il fatidico silenzio elettorale, che vieta nelle 24 ore precedenti l’apertura dei seggi comizi, manifesti e propaganda elettorale, imponendo il silenzio a candidati e leader politici. Pochi minuti dopo sui social ci si è si è chiesto: “Chi sarà il primo a violarlo?”. Domanda posta in modo corretto, perché – anche grazie alle pieghe di una legge che risale al 1956 - il primo non è mai l’ultimo.Ma di domande, l’attuale architettura che disciplina le campagne elettorali ne legittima diverse. Ha ancora senso una disciplina giuridica che vieta “la nuova affissione di stampati, giornali murali od altri o manifesti di propaganda o l’applicazione di striscioni, drappi o impianti luminosi” nonché “la propaganda elettorale il giorno del voto anche su emittenti radiotelevisive private” senza fare cenno a Facebook, Twitter, e da un po’ Instagram e Whatsapp? E in quest’ultimo caso: le sterminate chat di messaggistica sui cui la politica riversa i propri comunicati sono conversazioni “private” o ormai canali pubblici a tutti gli effetti? E prevedere una sanzione amministrativa intorno ai mille euro che forza di deterrente possiede? Più in generale, sul piano quasi filosofico, è realistico ipotizzare che nel mondo interconnesso e frenetico di oggi l’elettore si prenda una pausa di relax per meditare sulla scelta che sta per compiere?Analoghi interrogativi valgono per la legge sulla par condicio che spartisce tra i partiti gli spazi televisivi, che quest’anno compie vent’anni e per motivi anagrafici neppure lei regolamenta il mondo della Rete. Inoltre, ieri l’Agcom, dopo aver monitorato i dati della settimana 6-13 settembre, ha emanato una raffica di delibere per “l’immediato ...



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