• VENERDÌ 16 APRILE 2021 - S. Lamberto martire

Gipi: "Sono diventato un borghese, integralmente. E mi tolgo di mezzo"

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Il successo l’ha ottenuto con “La mia vita disegnata male”, un fumetto che si muoveva tutto intorno all’io, l’io che raccontava, l’io che si metteva a nudo, l’io che si drogava, l’io che subiva violenza, l’io che aveva problemi d’erezione. Io, io, io, io, io. Il pronome personale che oggi Gipi detesta di più. “Da qualche anno”, dice, “vivo l’uso che ho fatto dell’autobiografia come un difetto, non solo come uno stile di racconto. Non mi pento delle forme che ho dato ai libri, in termini di parole, racconto, disegni. Mi riferisco alle motivazioni segrete che stanno alla base di quel che ho fatto. Alcune le ho scoperte, e non mi hanno fatto piacere, né mi piacciono. Sono disposto a riconoscermi una sola attenuante: allora i social network non avevano ancora conquistato il mondo e le persone non raccontavano se stessi ventiquattro ore su ventiquattro”.Mi dice Gipi che, dopo aver attraversato il cancello di casa sua, che è nella campagna che si apre appena fuori Roma, verrà a prendermi “un vecchio signore con un camice da lavoro blu e pantaloni mimetici”. Lo vedo arrivare in lontananza, dopo aver percorso una strada sterrata, e quando è ormai a pochi passi mi accorgo che il “vecchio signore” è in realtà lui, uno dei fumettisti più apprezzati d’Italia, l’unico che è stato candidato due volte al Premio Strega, sicuramente il meno riposante. “Ho il terrore di ripetermi. Dopo La mia vita disegnata male avrei potuto farne altri dieci di libri così. La vita che ho fatto da giovane me lo permetterebbe. Ma guardami ora. Vedi dove sto? Vivo in questa bella casa. Ecco la vista sui Castelli Romani che c’è. Ho il giardino recintato, due cani, ho come vicino di casa il nuovo ministro della pubblica amministrazione. Sono diventato un borghese, integralmente. Come diavolo faccio a raccontare di quando vivevo per strada? Non c’è più alcun rapporto tra il me stesso di oggi e il me stesso di allora. Capisci? Quando ho lavorato con l’autobiografia ero uscito da cinque minuti dal mondo dei morti di fame di provincia. Ero vivo per miracolo. Ho rischiato di morire per stupidità una decina di volte. Tante persone con cui ho fatto la strada non ci sono più. C’era stato un disastro tra i miei amici. Pensavo che meritasse di essere raccontato. Oggi non vivo alcun disastro. Tranne quello interiore, di cui non voglio parlare, che è la vecchiaia”.  Mi accorgo solo ora di non avergli chiesto come ci si possa sentire vecchi all’età che ha lui, cinquantasette anni. Sono stato distratto dal fatto che mi ha portato nel posto dove lavora, al tavolo dove sta scrivendo e disegnando una storia western che non sa ancora se diventerà un libro, e sono incantato nel vedere la tavola che ha disegnato oggi che si sta ancora asciugando: “Non so niente del West, non sono mai stato nemmeno in America. L’ho scelto come ambientazione anche perché così diminuisco il rischio di ritrovarmi a dire la mia sul mondo moderno”. La legge ad alta voce e sembra che la stia solfeggiando. “Il ritmo è l’elemento più bello da gestire in una storia a fumetti, quello che dà più carattere. Ho sempre un tempo musicale in testa nelle storie. Ricerco la cadenza, gli accenti, le pause, come credo farebbe un rapper”.Gipi ha suonato le tastiere in un gruppo punk (“non è che servissero a molto”), ha cantato in uno punk-hardcore, ha suonato il basso in una band reggae e i sintetizzatori in un altra formazione della quale dice che facevano musica “stranissima” e che prendevano molti psicofarmaci. La musica e il fumetto sono vicinissimi anche qui nello studio dove lavora. Ha il vinile di “Q: Are we not men?” dei Devo (“un ...



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