• GIOVEDÌ 23 SETTEMBRE 2021 - S. Tecla vergine martire

Argento Vivo/5. Olimpiadi 1968. Il terzo uomo

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“Fa la cosa giusta” è il titolo del capolavoro cinematografico di Spike Lee, portato per la prima volta a Cannes nel maggio 1989. Il regista sceglie una citazione di Malcolm X per il titolo del suo manifesto politico, una cruda riflessione sullo stato della questione razziale in America. Molti hanno capito quel film diversi anni dopo, alcuni lo hanno accusato di fomentare rivolte degli afroamericani. Questa è una delle accuse rivolte oltre 20 anni prima a Tommie Smith e John Carlos, i due velocisti americani protagonisti della protesta più celebre della storia dei Giochi Olimpici. Il loro pugno alzato in guanto nero, durante la premiazione dei 200 metri, alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, è un’immagine potente, indelebile, il punto più alto della loro carriera e allo stesso tempo la fine della stessa.Ma sopra quel podio c’è un terzo uomo, quasi invisibile. Se non si sta attenti si rischia di non notarlo nemmeno. Sì, perché si può arrivare secondi in una gara diventata leggenda ed essere inghiottiti nell’ombra. Si può registrare un record nazionale che resiste ancora oggi, dopo 53 anni, ma essere ignorato e offeso dalla propria Federazione. Si può pagare per tutta la vita la solidarietà, espressa in modo discreto, a una protesta rabbiosa. Diversi anni dopo, quel terzo uomo ricorda quei momenti senza rimpianti: “Non sono mai stato perfetto, non ero particolarmente buono o cattivo, ma quel giorno credo di aver fatto la cosa giusta”.  Protagonista della nostra storia è Peter Norman, il terzo uomo, l’uomo bianco dell’istantanea più iconica della storia olimpica.La ribellione giovanile, le grandi manifestazioni, l’assassinio di Martin Luther King il 4 aprile, quello di Bob Kennedy il 6 giugno, la guerra in Vietnam, i carri armati sovietici sulla Primavera di Praga il 20 agosto, il massacro di Tlateloclo a Città del Messico il 2 ottobre. Non è un anno normale, il 1968. Non è un contesto pacifico quello in cui si svolgono le Olimpiadi messicane. Un sociologo e attivista afroamericano, Harry Edwards, fondatore dell’Olympic Project for Human Rights, teorizza il boicottaggio dei Giochi Olimpici da parte degli atleti neri. Chiede che vengano soddisfatte alcune condizioni per acconsentire alla loro partecipazione: tra queste, l’esclusione di Sudafrica e Rhodesia, terre di una spaventosa apartheid; la restituzione del titolo mondiale dei pesi massimi a Muhammad Ali, la leggenda del ring punito per il rifiuto di arruolarsi per il Vietnam; le dimissioni del presidente del Cio Avery Brundage, accusato di posizioni razziste, antisemite, filonaziste. La partecipazione ai Giochi era vissuta da molti afroamericani come una manifestazione di ipocrisia. Qualche mese prima, Tommie Smith, velocista di punta degli Stati Uniti, aveva dichiarato: “Perché dovremmo dare il 100% per un paese che nega i nostri sacrosanti diritti? Il boicottaggio è possibile, da qui a Messico 68 può accadere di tutto”. Il piano di Edwards non si realizza, gli atleti prendono parte alle Olimpiadi, ma due dei ragazzi che aderiscono alla sua organizzazione progettano una protesta che avrebbe lasciato il segno più di qualsiasi boicottaggio.Tommie Smith e John Carlos arrivano da favoriti nei 200 metri. È il 2 ottobre 1968. Le condizioni di gara sono inedite: l’altura di Città del Messico promette un’edizione dei Giochi con grandi record in pista. Vengono introdotte due novità assolute: il cronometraggio elettronico e la pista in ...



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