• MARTEDÌ 18 MAGGIO 2021 - S. Felice da Cantalice

“Finta Pelle”, il ‘memoir’ di Saverio Fattori tra dipendenze e ossessioni

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BOLOGNA – Un adolescente schiacciato dalla vita in paese, tra tossicodipendenza e i giorni al bar della stazione, insieme agli altri tossicodipendenti. L’adolescente che diventa adulto: stesso paese, un lavoro insignificante: “Ne uscii vivo dal bar della stazione, come la maggior parte di noi, ma nessuno ne uscì felice”. E alla droga si sostituisce la dipendenza dal sesso, quello cercato nei siti di appuntamenti. Così il protagonista, Ale67 (è il nickname che usa sul sito) conosce Delphi70, una donna che sembra avere una vita molto più banale, ma che in realtà scivola giorno dopo giorno nello sgretolamento della realtà in cui pensava di vivere. Una storia decisamente estrema, ma al tempo stesso struggente, quella di “Finta Pelle” (Marsilio Editori), ultima opera di Saverio Fattori, un finto memoir che nel finale saprà sorprendere il lettore.  Ma cos’è la dipendenza per Fattori? “C’è una canzone dei Baustelle, gruppo che adoro, ‘Betty’, che così recita: ‘Che cos’è la vita senza Una dose di qualcosa Una dipendenza’, che potrebbe essere ben funzionale per una risposta”. Insomma, “desideri forti per persone che giocano con la proprio fragilità, la dolcezza dell’arrendersi; in realtà ci si abbandona alle dipendenze quando fondamentalmente non ci piacciamo, quando la retorica del ‘Che bello cercare e ritrovare se stessi’ non ci convince affatto”. Le dipendenze, prosegue Fattori, “servono a distrarci da una realtà che non ci piace, da uno stato delle cose che non ci soddisfa, per colpa nostra o per colpe che attribuiamo più a un contesto, a un sistema. Sta di fatto che per me il termine ‘dipendenza‘ è direttamente correlato al termine ‘ossessione‘, magari sbaglio, ma per me questo è. E le ossessioni in letteratura aiutano, aiutano a trovare nella narrazione una voce interna interessante, che non scada nella correttezza e in un generico buon senso, a uscire da punti di vista banali”.  “Finta pelle” arriva in un momento in cui si è tornati a parlare di tossicodipendenza, dopo la serie su San Patrignano. In questo libro però si parla di drogati che non hanno avuto nessuna esperienza di comunità. Eppure si sono salvati, o condannati, da soli, la comunità viene identificata, come in ‘in un milione di piccoli pezzi’, nella sostituzione di una dipendenza con un’altra. “In una mezza paginetta mi occupo dell’aspetto Comunità, ed è una delle parti, incredibile a dirsi, ironiche del libro, liquido insomma la faccenda senza approfondirla, e lo faccio di proposito:  Quelli usciti dalle comunità li riconoscevi subito, avevano lo sguardo perso all’orizzonte e ...



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