Ho intervistato un esperto in aviazione civile che vuole rimanere anonimo. Ho fatto domande inerenti la sicurezza, le novità che sono state introdotte. Per completare l’articolo, ho anche consultato delle fonti per mio conto, e alcune le ho citate qui nel fondo pagina. La mia domanda è se la nebbia può costituire un pericolo al decollo o atterraggio, essendo ormai prossimi alla stagione in cui la visibilità, specie al mattino e la sera, si riduce in molti aeroporti in Italia, ma anche all’estero.
La risposta è la seguente: sì, la nebbia può ancora rendere pericolosi il decollo e l’atterraggio. Ma non più come nel 2001, e la differenza, come vedremo, sta tutta nei dettagli. Quello che accadde a Linate quella mattina non fu “la nebbia che fa cadere un aereo”: fu un errore umano, aggravato da un aeroporto che in quelle condizioni non vedeva più cosa accadeva sulle sue piste. Un piccolo aereo entrò per sbaglio sulla pista attiva mentre un altro, molto più grande, la stava percorrendo a piena velocità per decollare. Non è un episodio isolato nella storia del volo: anche nel disastro di Tenerife del 1977, il più grave di sempre, la mancanza di un radar che seguisse i movimenti a terra fu tra le cause decisive.
Oggi, negli aeroporti occidentali più moderni, quella catena di errori è stata spezzata da diversi controlli indipendenti tra loro. Il rischio non sparisce mai del tutto – in aviazione non succede mai – ma un disastro dello stesso tipo è diventato estremamente improbabile.
Vale la pena raccontarlo per bene, perché si capisce solo guardando cosa non funzionò quel giorno, e cosa oggi funziona al suo posto.
Cosa accadde l’8 ottobre 2001
Alle 8:10, con una nebbia fittissima – si vedeva solo tra 50 e 100 metri, e sulla pista, nel punto dell’urto, la visibilità reale era ancora più bassa. Un aereo di linea della compagnia SAS, il volo SK686, stava decollando dalla pista 36R di Linate. A piena velocità urtò un piccolo aereo privato, un Cessna Citation, che si era immesso sulla pista senza averne il permesso. L’aereo di linea non fece in tempo a sollevarsi da terra, proseguì la sua corsa e finì contro un capannone dove venivano gestiti i bagagli. Morirono 118 persone: 110 a bordo dell’aereo di linea, 4 su quello privato, 4 a terra tra il personale dell’aeroporto. È ancora oggi il più grave incidente aereo della storia italiana.
L’indagine ufficiale, conclusa il 20 gennaio 2004, individuò nell’ingresso del piccolo aereo sulla pista la causa immediata. Ma chi indagò non si fermò lì, e fece bene: non se la prese solo con i piloti, spiegando che quell’errore umano era potuto succedere perché l’aeroporto, quel giorno, non aveva alcun modo di accorgersene in tempo.
Ecco, passo dopo passo, com’è andata, e a ripensarci fa ancora più impressione, proprio perché ogni singolo passaggio, preso da solo, sembra un dettaglio da poco:
Il piccolo aereo partiva da un piazzale a ovest dell’aeroporto. La torre di controllo gli disse di dirigersi verso nord, seguendo un percorso preciso a terra.
L’equipaggio, però, imboccò per sbaglio un altro percorso, che portava dritto sulla pista in uso.
Lungo la strada superò una fila di luci rosse accese, una specie di semaforo che segnala di fermarsi.
Si fermò comunque un attimo dopo, in un punto preciso, e lo comunicò correttamente via radio. Chi lo seguiva dalla torre, però, non riconobbe quel punto: non compariva sulle sue mappe.
Gli disse di proseguire. Pochi secondi dopo, la collisione.
Quel piccolo aereo non era nemmeno autorizzato a volare con una visibilità così bassa, e aveva già toccato terra poco prima in condizioni irregolari.
Le protezioni che mancarono tutte insieme
Chi indagò elencò una ...
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