• MARTEDÌ 26 MAGGIO 2020 - S. Filippo Neri sacerdote

SALVARSI IL CUORE AI TEMPI DEL CONTAGIO

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  • La paura del Covid-19 ha tenuto lontano dai pronto soccorso tante persone che, con sintomi (magari sfumati) di infarto, hanno preferito restare a casa. E ancora adesso succede. Più si ritardano le cure, più aumenta il rischio di morire. E non di coronavirus.

  • Non solo polmoni: cosÏ il virus muta bersaglio

Un filo di nausea. Un senso di pesantezza allo stomaco. Il fiato che manca. Sarà ansia. Sarà cattiva digestione. Sarà chissà. Di sicuro non si va al pronto soccorso, figuriamoci. Rischiare di prendersi il coronavirus per cosa poi, un presagio indistinto di malessere?Riflessioni simili hanno tenuto lontano dai reparti di cardiologia molti pazienti che, in altri tempi, in ospedale ci sarebbero andati di corsa. Le ambulanze che sfrecciano per le nostre strade ancora oggi trasportano soprattutto vittime pandemiche, lasciando a casa gli altri malati. E il cuore di tanti finisce nei guai. Sono i danni collaterali del Covid-19: il terrore di finire in corsia, l'incubo del contagio (al netto del fatto che gli ospedali rimandavano cure e interventi meno urgenti). Il fenomeno l'ha fotografato un'analisi (apparsa a fine aprile sul New England journal of Medicine) condotta su 15 ospedali del Nord Italia, coordinata dal professor Gaetano De Ferrari, direttore della Cardiologia dell'Università di Torino Ospedale Le Molinette (oltre che dai medici Ovidio De Filippo e Fabrizio D'Ascenzo). La conclusione è netta: dall'inizio della quarantena, in molti centri cardiovascolari di Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto e Liguria c'è stato un calo dei ricoveri di oltre un terzo per sindrome coronarica acuta, in particolare per infarto. Per la precisione: dal 20 febbraio al 31 marzo (il periodo cui fa riferimento lo studio) 13 ricoveri al giorno anziché i 18-19 dei mesi prima della pandemia (e dell'anno precedente). Difficile pensare che, da un anno all'altro, o da un mese all'altro, la gente si ammali meno di cuore. Semplicemente, la paura del virus l'ha tenuta lontana dai medici. E anche chi, alla fine, si è deciso, lo ha fatto tardi, rischiando di vanificare le cure. «Il calo dei ricoveri è stato del 30 per cento per gli infarti che richiedevano l'angioplastica immediata, ed è risultata anche più marcata nei casi meno urgenti» sottolinea De Ferrari. «Ed è opinione comune che negli infarti più gravi, il 70 per cento dei pazienti è giunto in ospedale molto in ritardo. Noi diciamo che "il tempo è muscolo": ogni minuto guadagnato salva un pezzo di cuore. Più si aspetta e meno benefici si possono ottenere».Quanto siano importanti le lancette dell'orologio lo dimostrano i dati: entro la «finestra» temporale di tre ore, la possibilità di salvare il muscolo cardiaco con l'angioplastica, che riapre le coronarie, è eccellente; entro sei ore è discreta, entro 12 sufficiente. «Dopo non serve più a niente» dice De Ferrari. «Quando noi riceviamo un paziente con dolore coronarico da due giorni, il beneficio è quasi nullo».Se pensiamo a un attacco di cuore, ci viene in mente il classico indolenzimento al braccio o alla spalla, e il dolore al petto. Che resta il sintomo cardine ma in tanti casi, specie in anziani, diabetici e donne, i sintomi sono più sfumati, a volte atipici, e durano ore o giorni: nausea, senso di spossatezza, mal di stomaco, mancanza di fiato, sudorazione, pressione bassa. «La mancanza di fiato, poi, in questo periodo era un sintomo insidioso» continua De Ferrari. «Il paziente telefonava al 118, dove associavano il problema al coronavirus e rispondevano: "stia a casa per una settimana"».Così, dentro il raddoppio della mortalità di questi mesi di pandemia rispetto allo stesso periodo 2019 (dati Istat) il 60 per cento è attribuibile a Covid-19, il 40 per cento resta senza diagnosi: spesso è Covid non accertato, ma probabilmente una quota di queste morti è dovuta a infarti non curati, o curati tardi. Il fenomeno, peraltro, non riguarda solo l'Italia. La rivista online Stat riporta che negli Usa le chiamate al 911 per infarti e ictus sono calate del 35 per cento, e del 40 i ricoveri in cardiologia in Spagna.E oggi? Abbiamo meno paura delle corsie? Ad aprile, secondo De Ferrari, è andata anche peggio, solo negli ultimi giorni si sta tornando alla normalità. Al Centro Monzino di Milano, polo di eccellenza per il cuore, negli ultimi due mesi la mortalità per infarto è triplicata. «In due casi su cinque i decessi erano dovuti al ritardo nell'intervento» dice il direttore generale Luca Merlino. «Ci siamo trovati davanti a quadri clinici che non vedevamo da 20 anni. Temendo di morire per coronavirus, sono morti di infarto». Ora, paradossalmente, l'eventualità di entrare in contatto con il virus è quasi più bassa in certi ospedali che andando a fare la spesa o prendendo i mezzi pubblici. «Alle Molinette» dice De Ferrari, «abbiamo approntato percorsi e protocolli per minimizzare i rischi. E tutti i principali centri sono ormai sicuri. Il pericolo di non curare tempestivamente un sospetto infarto è molto più alto di quello di infettarsi in ospedale». Al Monzino, spiega Merlino, «ci siamo organizzati sin dai primi di marzo: oltre a percorsi separati per malati Covid con personale dedicato, controllo della temperatura e mascherine, facciamo tamponi naso-faringei ai nostri dipendenti anche oltre i criteri delle direttive ministeriali, per individuare soggetti asintomatici o con pochi sintomi ed evitare il rischio di focolai in certe Unità operative, un'eventualità che non si è verificata. Sottoponiamo a tampone ogni paziente che ricoveriamo, con un metodo molecolare fast-track che dà la risposta entro 20 minuti. Abbiamo 25-30 ricoveri al giorno, in un paio d'ore screeniamo tutti i pazienti. E nei prossimi giorni, come indica la circolare del Ministero, partiremo con test sierologi a tappeto a tutto il personale».In totale, al Monzino hanno finora ricoverato un centinaio di malati cardiologici con Covid, curati con i farmaci disponibili. «E con buoni esiti» assicura Merlino. «Nelle ultime settimane non abbiamo riscontrato positivi, sono ancora i benefici del lockdown. Capiremo meglio tra 15 giorni. Vedo in giro tanta gente senza mascherine, si sta diffondendo una sicurezza eccessiva. Ma l'emergenza non è finita. Adesso il problema sarà mantenere, più che mai, gli ospedale Covid-free». Infarto a parte, che sia subitaneo o impieghi giorni a portarsi via pezzi di cuore, altre malattie non vanno trascurate, come lo scompenso cardiaco o l'insufficienza vascolare. E anche questo è successo: i medici già sanno che, nelle prossime settimane, si troveranno una quota di pazienti con danni trascinati e malcurati. Dal coronavirus si guarisce nella maggior parte dei casi, l'infarto non uccide, se preso per tempo. Morire di paura, ecco, cerchiamo di no.

Non solo polmoni: cosÏ il virus muta bersaglio


Se i polmoni sono «ground zero», Covid-19 non risparmia altri organi, per esempio il cuore (è sempre più chiaro ormai che si tratta di una malattia sistemica). Agli Spedali Civili di Brescia, il cardiologo Marco Metra è stato uno dei primi a segnalare, su Jama Cardiology, il caso di una signora 53enne ricoverata con scompenso, dolore toracico, mancanza di respiro: elettrocardiogramma ed esami del sangue indicavano un infarto, anche se la donna aveva le coronarie libere.La spiegazione? La paziente, risultata positiva al test Covid, aveva una miocardite, un'infiammazione del cuore, causata dal virus. «Il Sars Cov-2 innesca spesso una risposta immunitaria alterata con una conseguente reazione infiammatoria grave, che in genere colpisce l'endotelio polmonare ma può interessare anche quello cardiaco» spiega Metra. «Il virus inoltre danneggia il sistema di coagulazione, e in una percentuale di pazienti questo porta tromboembolia arteriosa, infarto acuto o ictus». Se è vero che chi soffre di cuore è comunque più vulnerabile ai danni del coronavirus (uno studio dell'Università di Brescia, in pubblicazione su European Heart Journal, dimostra che i pazienti cardiopatici ricoverati nell'ospedale bresciano per polmonite da Covid avevano una prognosi molto più severa), la miocardite da coronavirus può colpire chiunque. La signora in questione, per esempio, era una maratoneta in ottima forma. Per curiosità, vogliamo sapere com'è andata nel suo caso. «Si è ripresa, è guarita bene così come altri pazienti» conclude Metra.



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