• MARTEDÌ 11 MAGGIO 2021 - S. Fabio martire

Pregare vuol dire anche respirare

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Attenzione, perseveranza, pazienza, rispetto delle forme: c'è tutto questo nella pratica religiosa più individuale e al tempo stesso più collettiva. E la scienza ne riconosce gli effetti positivi, oltreché sull'anima, sul corpo. A partire dal ritmo del soffio vitale... Guai a chi smette di pregare. Perché la preghiera fa parte di quei riti e cerimonie «capaci di far apparire la vita in chiave festosa e magica, mentre la loro scomparsa la dissacra e la profana, rendendola mera sopravvivenza». Le preghiere servono a «reincantare il mondo», e a sviluppare «un'energia curativa in grado di contrastare il narcisismo collettivo». Se a esprimere questi concetti fosse un Papa o un vescovo, non ci sarebbe poi da stupirsi troppo, anche se ultimamente pure il clero sembra preferire le certezze «scientifiche» alla contemplazione divina. A colpire è il fatto che l'elogio della preghiera provenga da un filosofo decisamente laico, il quale per di più non appartiene alla tradizione di pensiero occidentale (e dunque cristiano) in senso stretto. Si tratta di Byung-Chul Han, uno degli autori di maggior successo degli ultimi anni, critico spietato della modernità e della globalizzazione, molto amato specialmente nel mondo progressista.In un saggio al solito breve ma denso intitolato La scomparsa dei riti (Nottetempo), Han parte da un presupposto difficilmente contestabile: stiamo perdendo i riti, cioè le «azioni simboliche» che «tramandano e rappresentano quei valori e quegli ordinamenti che sorreggono una comunità». Perché accade? Perché i riti hanno caratteristiche che vanno in senso contrario rispetto alla modernità frenetica in cui ...



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