• MARTEDÌ 11 AGOSTO 2020 - S. Chiara d'Assisi

Come inquina il lavoro digitale

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Nonostante spostamenti azzerati e uffici vuoti, la crescita esponenziale dello smart working ha un prezzo. La rete che lo supporta consuma enormi quantità di energia, ricavata soprattutto da fonti fossili. È possibile un equilibrio tra attività produttive e sostenibilità ambientale?Videocall al posto di riunioni «in presenza». L'email diventata alternativa stabile all'incontro vis-à-vis. Il lavoro in remoto come consuetudine e non come evento eccezionale. Secondo l'Osservatorio smart working della School of management del Politecnico di Milano, nell'ottobre 2019 erano 570.000 gli smart worker italiani, in crescita del 20% rispetto all'anno precedente. Il blocco degli spostamenti provocato dal Covid-19 ne ha fatto aumentare il numero in modo straordinario: il ministero del Lavoro a inizio maggio - sono gli ultimi dati disponibili relativi al solo settore privato - ne contava 1,8 milioni. Un'altra stima della Cgil-Fondazione Di Vittorio calcolava in 8 milioni coloro che hanno lavorato in remoto durante il lockdown. E ancora: un'indagine condotta ad aprile da Federmanager ha evidenziato che l'80% degli oltre 10.000 manager intervistati sia stato in modalità totale o parziale di smart working - con il 58,9% che operava solo da casa. Ecco perché alcune aziende stanno valutando il lavoro agile come un'alternativa economicamente interessante, e magari definitiva, anche quando tornare in ufficio sarà privo di rischi.Smart working e restrizioni negli spostamenti professionali hanno avuto effetti positivi anche per l'ambiente. Un recente documento della rivista scientifica Nature registra che le emissioni globali giornaliere di CO² sono diminuite del 17% all'inizio di aprile 2020 rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Lo studio evidenzia anche come il trasporto di superficie rappresenti quasi la metà della riduzione delle emissioni durante il lockdown. Alcuni vantaggi dunque ci sono stati, ma è solo un lato della medaglia. Un numero maggiore di persone in rete che comunica, lavora, fa la spesa o scarica film ha sostituito quella che è l'«impronta di carbonio» fisica con l'inquinamento digitale. Perché internet è una cosa meravigliosa, ma pure un'enorme fonte inquinante dato il suo bisogno di elettricità, derivata ancora principalmente da combustibili fossili.Si stima, per esempio, che l'invio di una breve email comporti un'immissione in atmosfera di quattro grammi di CO². Dato che peggiora se l'email ha un allegato di grandi dimensioni: i grammi salgono a circa 50. La ricezione di un messaggio di spam - anche se non viene aperto - ha un impatto ambientale di 0,3 grammi di CO². E l'impronta di carbonio globale dello spamming ogni anno equivale ai gas serra pompati da 3,1 milioni di autovetture che consumano 7,6 miliardi di litri di benzina in 12 mesi. (fonte phys.org).Panorama ha chiesto a Gary Cook, direttore delle campagne globali sul clima dell'organizzazione ambientale Stand.Earth, una stima di quanto sia aumentato l'inquinamento digitale in questo periodo di lavoro remoto. «Il traffico internet dall'inizio del lockdown sembra essere cresciuto tra il 30 e 50%. In che modo ciò si traduca in termini di emissioni dovrebbe essere esaminato valutando in quale Paese quali servizi hanno visto il maggiore aumento a seguito del lockdown, e qual è la fonte di elettricità su cui si basa l'infrastruttura della rete».L'aumento del traffico sul web è esponenziale: il Cisco annual internet report prevede che ...



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