• MARTEDÌ 26 MAGGIO 2020 - S. Filippo Neri sacerdote

“Generazione Covid”, giovani e lavoro: il futuro negato

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Già prima che il coronavirus facesse irruzione nelle nostre vite, rivoluzionandole come mai prima d’ora, erano a stati i giovani a pagare il prezzo più alto della crisi che ci aveva colpito, in particolare, dal 2008 in poi. Mentre la fase dell’emergenza non è ancora superata – e si teme lo scenario catastrofico di una seconda ondata in autunno – si guarda alla ripresa e al futuro, che mai quanto ora fa paura. La fotografia è sempre più fosca. Basti pensare che in poco più di due mesi, la pandemia ha fatto strage di contratti a tempo determinato e lavoratori autonomi, abbattendo le ormai poche certezze a colpi di mannaia con un giovane italiano su due che si dice pessimista se pensa al proprio futuro. Quello che stiamo vivendo è, a detta di tutti, un cambiamento epocale e, senza esagerazione, per molti un vero e proprio salto nel buio.  Insomma, da generazione C (i nati in un mondo senza più Torri Gemelle, pronti ad affacciarsi al monto del lavoro) a generazione Covid il passo è stato decisamente breve. Una recente analisi di McKinsey stima, infatti, che la crisi generata dal Coronavirus potrebbe mettere a rischio fino al 26% dell’occupazione totale nei 27 Paesi membri dell’Unione Europea, oltre al Regno Unito. Con annesse ripercussioni sui consumi. Tornando in casa nostra, dal quattro maggio scorso, da quando cioè si sono allentate ancora di più le maglie della Fase 2, circa 4,4 milioni di italiani sono tornati al lavoro. Tra loro, troviamo pochissimi giovani sotto i 30 anni. Quasi il 60% di chi rientra, infatti, ha fra 40 e 60 anni: oltre 2 milioni e mezzo di persone, mentre gli under 30 sono appena 570mila. Un dato che rispecchia il fatto che l’occupazione dei giovani in Italia era già molto bassa prima. A fine 2019 lavorava infatti appena il 39% dei 18-29enni, mentre nelle classi di età più centrali (45-54enni) il tasso di occupazione raggiungeva il 74%.            



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