Il più celebre abitante del sottosuolo della letteratura non ha nome. Dostoevskij, nel 1864, gli affida le pagine di Memorie dal sottosuolo, e lui le apre dichiarandosi malato, cattivo, sgradevole, per poi spendere il resto del libro a rivendicare, con rancorosa lucidità, il diritto di stare fuori dal coro, lontano da quel palazzo di cristallo in cui il secolo del progresso avrebbe voluto sistemare tutti quanti.
Quasi cent'anni più tardi, nel 1957, il critico americano Manny Farber ricorse a sua volta all'immagine del sottosuolo per un saggio intitolato Underground Films, in cui difendeva gli artigiani del cinema d'azione hollywoodiano — Howard Hawks, Raoul Walsh, William Wellman —, autori senza pretese che lavoravano, per così dire, al di sotto del radar della critica rispettabile. Di lì a poco la parola avrebbe cambiato padrone, finendo per indicare il cinema sperimentale e indipendente newyorkese di Jonas Mekas e compagni, sicché oggi underground è un'etichetta che tiene insieme marginalità e libertà, scantinati e avanguardie.
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