ONG, GIUSTIZIA A DUE FACCE Panorama.it - 21/02/2020 04:30:26 - against protection spyware , sharepoint server tutorial , free cd software.com , how to get rid of computer worms , server cpu

ONG, GIUSTIZIA A DUE FACCE



  • Molte inchieste sul favoreggiamento dell'immigrazione clandestina da parte delle organizzazioni non governative finiscono in nulla. Al contrario, procede l'azione contro Matteo Salvini che da ministro dell'Interno ha bloccato in mare le navi Gregoretti e Open Arms. Il rischio? Che la magistratura si sostituisca, ancora una volta, alla politica.
  • Il presidente dell'Ong Intersos Nino Sergi risponde alle accuse. Sottolineando che, mentre le Ong seguivano il diritto del mare, Salvini manipolava la realtà per garantirsi facile consenso.

Inchieste flop sulle Ong, navi prima sequestrate e poi lasciate libere di tornare in mare a recuperare migranti. Talebani dell'accoglienza non perseguiti, il mirino è invece puntato su Guardia di finanza e Marina militare. L'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, è sotto tiro per avere chiuso i porti. La giustizia funziona a intermittenza, se non alla rovescia, quando ci sono di mezzo le Organizzazioni non governative? «Il tema è se la politica dell'immigrazione spetti ancora a governo e Parlamento oppure se debba essere consegnata nelle mani dell'autorità giudiziaria. È un tema che dovrebbe interessare la politica nel suo insieme, e invece una parte della politica accetta di autolimitarsi pur di colpire l'avversario lasciando fare una parte della magistratura» è il j'accuse di Alfredo Mantovano, magistrato ed ex sottosegretario all'Interno. Il 4 febbraio il tribunale di Palermo ha chiesto il dissequestro della Mare Jonio, la nave della Mediterranea Saving Humans, che lo scorso anno è stata bloccata tre volte e poi lasciata andare per tornare a recuperare migranti. Per l'imbarcazione si era mobilitato, come primo firmatario eccellente di una petizione, lo scrittore Roberto Saviano. Repubblica ha chiesto ai lettori «di mandare una foto con la penna in mano, per l'appoggio alla campagna di Mediterranea» per il dissequestro della Mare Jonio. Nave Sea-Watch 3 dell'omonima Ong tedesca, bloccata due volte nel 2019, è stata di nuovo dissequestrata il 19 dicembre. «Sea-Watch 3 è libera!» ha scritto su Twitter Carola Rackete, che lo scorso giugno non aveva rispettato il divieto del Viminale di ingresso nelle acque territoriali italiane. E per far sbarcare i migranti ha quasi schiacciato contro la banchina una motovedetta della Guardia di finanza. Il 17 gennaio la corte di Cassazione ha stabilito che l'arresto della «capitana» tedesca, la scorsa estate, era illegittimo ed è stato giusto rilasciarla subito grazie a una discussa ordinanza. In pratica la sentenza è un primo passo verso l'«impunità» delle Ong, che pensano di poter fare ciò che vogliono in nome di un superiore diritto umanitario. Non caso Rackete ha subito dichiarato: «Questo è un verdetto importante per tutti gli attivisti impegnati nel salvataggio in mare! Nessuno dovrebbe essere perseguito perché aiuta le persone bisognose». Il suo legale, Alessandro Gamberini, ha messo le mani avanti spiegando che la sentenza «lascia ben sperare per il proseguio del procedimento» presso la Procura di Agrigento con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di aver speronato la motovedetta delle Fiamme gialle. «La questione non è quali responsabilità penali abbia il comandante di una nave che va a soccorrere vicino alle acque territoriali libiche o tunisine, ma se chi gestisce i traffici criminali dalle coste di quei Paesi non conti in modo oggettivo sulla presenza delle imbarcazioni delle Ong per mandare in acqua centinaia di migranti in natanti di fortuna, esponendoli alla morte, sapendo che comunque l'ultimo tratto sarà garantito dall'organizzazione di turno» spiega Mantovano a Panorama. Il 28 gennaio la stessa Procura di Agrigento ha chiesto l'archiviazione per il no global Luca Casarini e il comandante Pietro Marrone della nave Mare Jonio, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di avere disobbedito all'ordine di una nave militare. Il caso riguarda lo sbarco a Lampedusa del 19 marzo 2019 di 50 migranti recuperati al largo della Libia. I pubblici ministeri Salvatore Vella e Cecilia Baravelli sono convinti che «la condotta degli indagati non risulta (...) antigiuridica». Al contrario, negli atti, si punta il dito contro nave Capri della Marina militare, che a Tripoli forniva appoggio alla Guardia costiera libica e un pattugliatore delle Fiamme gialle che ha cercato di fermare Mare Jonio. «Dagli elementi probatori acquisiti nel presente procedimento» scrivono i pm «sembra (...) che nave Capri e quindi la Marina militare italiana svolgano di fatto le funzioni di centro decisionale della c.d. Guardia costiera libica, siano cioè il reale centro operativo di comando». È la tesi «accusatoria» delle Ong, nonostante la missione in Libia sia approvata dal Parlamento su richiesta del governo fin dai tempi dell'esecutivo di Paolo Gentiloni. I pm puntano il dito anche contro il comandante del pattugliatore Paolini della Guardia di finanza che ha intimato l'alt alla Mare Jonio sostenendo che «non siete autorizzati da autorità giudiziaria italiana all'ingresso in nostre acque nazionali». Nessun magistrato è intervenuto, ma i pm sono risaliti fino al tenente colonnello Alessandro Santarelli che da Palermo avrebbe dato l'ordine. Il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, si è affrettato a smentire che i finanzieri siano indagati, ma Fiamme gialle e Marina stanno finendo sulla graticola al posto delle Ong. Il bersaglio grosso è Salvini, accusato di sequestro di persona per aver bloccato la «Gregoretti» e la «Open arms». Il 12 febbraio il Senato vota se mandare a processo l'ex ministro sul caso di questa nave. «È una schizofrenia». La Procura della Repubblica di Catania sollecita l'archiviazione perché «non sussistono i presupposti del delitto di sequestro di persona né di nessun altro delitto» fa notare Mantovano. Il Tribunale dei ministri, sempre di Catania, non ne tiene conto e chiede di processare Salvini. «Ha il potere di farlo, ma in un sistema processuale accusatorio l'inversione dei ruoli appare non poco singolare» spiega il magistrato, vicepresidente del Centro studi Livatino. Il 4 febbraio è arrivata sulla testa di Salvini la seconda tegola dei 161 migranti trattenuti per 19 giorni in mare e poi sbarcati il 20 agosto, ma per Mantovano «il caso Open Arms non è diverso dalla Gregoretti». La capo missione dell'Ong spagnola, lo scorso agosto, era Ana Isabel Montes Mier, una recidiva dello sbarco di migranti in Italia. Una delle poche inchieste sulle Ong, per ora non una bolla di sapone, è quella di Ragusa. La procura ha chiesto il rinvio a giudizio per Mier e il capitano Marc Reig Creus per avere sbarcato 216 migranti a Pozzallo il 18 marzo 2018. Il reato contestato è di violenza privata funzionale al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. In pratica «il metodo» Open arms, che secondo il procuratore capo di Ragusa, Fabio D'Anna, dimostra come l'unico vero obiettivo dell'Ong non fosse quello umanitario di salvare i migranti, ma (...) di portarli a ogni costo in Italia in spregio alle regole». Il 5 febbraio si è tenuta la prima udienza davanti al Gip, Eleonora Schininà, che deciderà sul rinvio a giudizio il 3 giugno. Nel frattempo Open arms, dissequestrata in ottobre, ha sbarcato il 2 febbraio gli ultimi 363 migranti a Pozzallo. Da settembre il governo Conte con grillini e Pd ha permesso l'arrivo di 8.087 migranti. Solo in gennaio si è registrato un aumento del 660 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019 quando i porti erano chiusi.

L'opinione: mentre le Ong seguivano il diritto del mare, Salvini manipolava la realtà


Ritengo utile leggere articoli e commenti che esprimono pensieri opposti ai miei. Mi servono per approfondire ed arricchire l'analisi e la riflessione. Il fatto migratorio, in particolare, è materia che richiede molto approfondimento, conoscenza delle sua complessità, capacità di situare ogni suo aspetto in una visone complessiva, nello spazio e nel tempo, a breve, medio e lungo periodo, e di evitare per quanto possibile strumentalizzazioni politiche, pregiudizi e semplicistici slogan fatti passare per verità, come ormai sta avvenendo in Italia. Fausto Biloslavo, che conosce parecchio del mondo e delle sue complessità, potrebbe tenerlo maggiormente presente nella sua produzione di articoli sui movimenti migratori. Non lo è, ma anche ammettendo che sia tutto ben focalizzato quanto egli riferisce sulle navi che hanno salvato vite umane (umane, dobbiamo ricordarlo per non fermarci solo a numeri astratti) e che ci sia un reale corto circuito tra politica e magistratura, la questione dei flussi migratori continua a rimanere mal posta e a non essere affrontata. Molta politica e molti media spendono tante parole per fotografare situazioni e azioni con un obiettivo messo a fuoco a piacimento, per vederle non per quello che sono ma per quel che conviene. È un po' come quando in Afghanistan, ma prima ancora in Iraq o in Somalia, politica e media parlavano di quei Paesi quasi unicamente con la lente della presenza militare italiana. Si sapeva tutto di cosa succedeva ai nostri contingenti militari ma quasi nulla sull'Afghanistan, l'Iraq o la Somalia (e altri Paesi, in seguito).
Ho molto da criticare all'ex ministro dell'interno Matteo Salvini e alla sua quotidiana manipolazione della realtà, compresi i sequestri di persona in mare di cui è accusato. Sono avvenuti con un'indubbia sua forzatura, data l'inesistenza di alcun pericolo per la sicurezza dell'Italia: una forzatura finalizzata ad attirare qualche altro consenso nelle aree più estreme. Trovo però alquanto singolare che il governo di allora dichiari la propria estraneità di fronte alle decisioni del ministro. Sia il presidente del Consiglio sia altri ministri sarebbero potuti intervenire, anche duramente. Ma non mi pare che l'abbiano fatto. Alfredo Mantovano, ex sottosegretario all'Interno intervistato da Biloslavo, ha avuto come ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu. Alle sue osservazioni su politica e magistratura avrebbe potuto forse aggiungere qualche accenno a come ci si comporta quado si ha responsabilità di un ministero così importante, come si comportava lui e come si comportava il suo ministro Pisanu. Erano sempre fuori ministero a fare comizi e propaganda partitica, ad ascoltare la pancia della gente e assumerla come linea politica per garantirsi facile consenso? Non partecipavano mai anch'essi agli incontri e alle negoziazioni a Bruxelles con gli altri ministri europei, anche a quelle che convenivano all'Italia? Non studiavano i dossier più importanti e difficili e si limitavano a quelli con effetto propaganda? Non ho dubbi che Mantovano e Pisanu siano stati sottosegretario e ministro nel modo richiesto dalla responsabilità istituzionale affidata loro. Così come Roberto Maroni, Annamaria Cancellieri, Angelino Alfano, Marco Minniti e ora Luciana Lamorgese, ognuno con le proprie caratteristiche e visioni politiche. Un solo ministro si è permesso, senza alcun senso istituzionale, di esercitare il suo ministero come se fosse in libera uscita, per tutti i suoi 15 mesi pagati con denaro pubblico. Ma questo pare non rappresentare un problema. Il problema sono due o tre navi di Ong, «talebane dell'accoglienza», il cui «vero obiettivo non è quello umanitario di salvare i migranti, ma di portarli a ogni costo in Italia in spregio alle regole». Le Ong seguono i principi umanitari che impongono di salvare sempre e ovunque vite umane, anche andandole a cercare ove in pericolo, e seguono le leggi del diritto internazionale del mare, come verificato nelle indagini delle procure. L'Europa potrebbe anche definirne altre a maggiore garanzia del lavoro di soccorso, come suggerito dalla ministra Lamorgese. Più in generale, in tema di movimenti migratori, ritengo giusto e normale che ci siano regole per l'ingresso nei confini, almeno finché a livello Ue non si arrivi a valutare un diverso e forse più appropriato approccio. Lo stesso Global Compact sulle migrazioni si focalizza sulla regolarità. Ma dove sono queste regole in Italia? Semplicemente non ci sono, tranne che per limitati permessi soprattutto per i lavori stagionali. È così difficile capire che la cosiddetta «chiusura delle frontiere» e l'impedimento di ingressi regolari, definiti, sono la prima e più pesante causa degli ingressi irregolari? Bloccando gli ingressi regolari, legali, controllati, sicuri, i governi hanno lasciato libero spazio a trafficanti e mafie internazionali, a forme di tratta e sfruttamento che fanno inorridire. Ma, ancora una volta, sembra non essere questo il problema: sono le Ong che salvano vite umane. Poche migliaia purtroppo, non potendo fare miracoli. Una domanda a cui non si risponde è se esista un altro modo per non lasciare morire persone in mare (in un Paese civile dovremmo essere d'accordo che la vita umana deve sempre essere salvata) e per non abbandonarle al destino di sofferenza e degrado con una nuova deportazione in Libia? La risposta c'è, ovviamente, ed è in Libia innanzitutto, nei paesi di transito e in quelli di origine. Cosa si è fatto e con quali risultati? Quasi nulla, nessun risultato. Di fronte all'incapacità dei governi e della comunità internazionale, severi a parole ma inconcludenti nella realtà, è prevalso sempre l'imperativo di salvare le vite. Scaricare sulle Ong è troppo facile (pessima poi l'abitudine di descriverle come un insieme informe e indefinito). Finché la politica e gli Stati non agiranno lì dove si dovrebbe agire, in modo efficace, esse continueranno, finché potranno, nel loro lavoro umanitario. E vivaddio! Perché è questo il loro e il nostro dovere, a meno di voler entrare in una sorta di inciviltà moderna, che colpirebbe, prima o poi, anche ognuno di noi.
Dov'è l'emergenza costruita ad arte per creare percezioni allarmanti? Dov'è l'invasione? Non esistono, eppure si continua a parlarne e a scriverne. In Italia sono poco più di 5 milioni gli stranieri, circa il 9% della popolazione residente: una cifra che rimane da anni sostanzialmente stabile. Dov'è l'emergenza sbarchi se il numero complessivo dei migranti sbarcati in Italia nel 2019 è stato di 11.471, nel 2018 di 23.370, dopo gli anni eccezionali 2014-2017 con una media di 150.000? Dov'è l'emergenza se nei due primi mesi dell'anno si è passati da 13.439 sbarchi nel 2017 a 5247 nel 2018, 262 nel 2019 e 1.777 nel 2020 fino ad oggi? Sono dati non delle Ong ma del ministero dell'Interno. «Solo in gennaio si è registrato un aumento del 660% rispetto allo stesso periodo del 2019» evidenzia Biloslavo, cercando anch'egli di alimentare l'allarmismo. Sono stati in realtà 1.050 in più rispetto al 2019. Se solo consideriamo che in Libia in dicembre le azioni di guerra hanno avuto un forte impatto sui civili, tale numero è decisamente poco allarmante. La presenza straniera complessiva è pari all'8,7% della popolazione ed è inferiore a quella tedesca (11,7%), austriaca (15,7%), del Regno Unito (9,5%) e di poco superiore a quella francese (7%). Siamo un paese normale dal punto di vista dell'immigrazione. Sarebbe ora di prenderne atto, nella politica e nei media. Diverso è il discorso che riguarda contesti già di per sé socialmente difficili e con scarsa possibilità di integrazione degli immigrati. In tali contesti, i cui problemi sono spesso delegati al volontariato, non si vivono percezioni ma difficoltà e contrapposizioni reali. Essi dovrebbero essere maggiormente e particolarmente sostenuti dalle pubbliche amministrazioni. Quando la forbice dell'inclusione si allarga troppo, emarginando, discriminando, negando diritti basilari ad ampie fasce di popolazione, la società entra in crisi. La necessità di politiche e azioni finalizzate all'inclusione vale per gli immigrati ma, più in generale, per tutti i cittadini in posizione di fragilità e marginalizzazione. Anche queste politiche, però, ritardano o sono estremamente insufficienti. E non certo a causa delle Ong e delle organizzazioni solidaristiche che spesso sono le sole ad agire per cercare di cucire tessuti sociali lacerati e abbandonati a se stessi. Nino Sergi, presidente emerito dell'Ong INTERSOS
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