LA GUERRA DEI VIRUS Panorama.it - 25/02/2020 10:31:59 - freeware ftp server windows , cws spyware remover , privacy guard software , elitebat , check system performance

LA GUERRA DEI VIRUS



Quali sono i Paesi che possiedono armi virali e batteriologiche e sono pronti a usarle? Parecchi. Nessuno ne parla. Tranne una fonte di intelligence di Panorama.


Il precedente risale al 5 luglio 2019. Quella mattina la polizia irrompe dentro il National microbiology lab di Winnipeg canadese, protetto dal livello 4 di sicurezza per gli studi sull'Ebola, il virus che ha ucciso oltre 11 mila persone in Africa occidentale tra il 2014 e il 2016. Gli agenti cercano una coppia di biologi cinesi Xiangguo Qiu e suo marito Keding Cheng. Nei laboratori trovano la donna e alcuni studenti cinesi, li fermano e li mettono sul primo aereo per Pechino. Perché? All'emittente Cnbc le autorità parleranno di «problemi amministrativi e violazioni della policy del laboratorio». Quali violazioni? Nessuno lo sa. Ma qualcosa è trapelato: i coniugi che studiavano gli agenti patogeni più letali avevano rapporti con varie strutture accademiche cinesi, specie con il Wuhan national biosafety laboratory che fa parte dell'Accademia delle scienze cinese, quindi emanazione del governo. Poco dopo la stampa ha ipotizzato il vero motivo dell'espulsione: dal laboratorio americano sono spariti materiali delicatissimi inviati in Cina. Spionaggio e sabotaggi sulla guerra dei virus... Sono almeno 20 i Paesi del mondo che oggi dispongono o stanno acquisendo armi chimiche a scopo di offesa, mentre sarebbero meno di 10 quelli sospettati di detenere o essere interessati ad acquisire programmi militari di armi biologiche, cinque dei quali in stadio avanzato. Una premessa: tra armi chimiche e batteriologiche, le seconde sono molto più pericolose. Lo spiega il generale Giuseppe Morabito, membro del Direttorato della Nato defence college foundation: «Quelle batteriologiche sono armi più infide, possono viaggiare ovunque senza alcuna possibilità di controllo sulla loro diffusione. L'arma batteriologica inoltre è di difficile fabbricazione, e ancora più difficile da trasportare e utilizzare. Si altera in breve tempo, anche per piccoli sbalzi di temperatura: bisogna saper proteggere la sostanza e chi la trasporta, e non è facile». Aggiunge la dottoressa in medicina molecolare Irene Lepori, che lavora presso il Cnr di Pisa: «È come paragonare l'avvelenamento dell'acqua a un bombardamento. La prima è più subdola e non sai dove farà danno. La seconda, per quanto terribile, sai chi l'ha lanciata e dove. Un'arma chimica è limitata nel tempo e nello spazio, quella biologica è imprevedibile nella diffusione: il veicolo può essere l'aria, l'acqua, lo stesso corpo umano. Vedi il contagio da corona virus. O la peste: se si diffondesse oggi potrebbe fare migliaia di vittime prima di capire di cosa si tratta». Proprio per questo, il loro uso a scopo militare non si è mai verificato. Alle armi chimiche, invece, si è fatto ricorso fin dalla notte dei tempi. Il vero salto avvenne però con la prima guerra mondiale, quando la Germania impiegò il cloro per soffocare le truppe francesi, che ricambiarono il trattamento. Risultato: oltre 100 mila morti asfissiati e un milione di soldati con danni fisici e neurologici permanenti. Il Protocollo di Ginevra del 1925 ne proibì la proliferazione, ma inutilmente: l'Italia fascista ne fece uso in Eritrea, i tedeschi nei campi di concentramento, gli americani in Vietnam, gli iracheni contro i curdi.Bandite dalla comunità internazionale nel 1997 grazie a una Convenzione delle Nazioni unite cui hanno aderito 193 Stati, oggi le armi chimiche restano ufficialmente in possesso di almeno nove Paesi: Albania, India, Iran, Libia, Corea del Nord, Russia, Siria e Stati Uniti (Israele ha firmato ma non ratificato la Convenzione). Dopo di allora, è noto che la Russia si è servita del polonio radioattivo (è il solo Paese al mondo a disporne), responsabile silenzioso di omicidi politici, come quello dell'ex agente del Kgb Alexander Litvinenko: bevve tè e fu avvelenato in un pub di Londra nel novembre 2006. Mentre la Siria ha usato il gas Sarin almeno una volta, durante la guerra civile: nell'attacco dell'agosto 2013 contro la popolazione di Ghouta, un sobborgo di Damasco. Delle armi biologiche e batteriologiche, invece, non vi è alcuna notizia certa. L'argomento è così tabù che nessun esponente di governo contattato da Panorama si è detto disposto a commentare o anche solo ammettere di possedere nei laboratori agenti infettivi o tossici. Una sola fonte ha accettato di parlare, dietro anonimato: appartiene a un reparto dell'intelligence atlantica specializzato in guerre non convenzionali, ed è persona abituata da decenni ad attraversare l'oceano per gestire situazioni di sicurezza internazionale. L'abbiamo intercettata in Europa, di ritorno da un briefing sul coronavirus. Quando gli nominiamo il Bacillus anthracis (l'antrace), la tossina botulinica, la Variola major (il vaiolo), la Francisella tularensis (tularemia, una zoonosi), l'Ebolavirus, la Yersinia pestis (peste), il Marburg virus oppure l'aflatossina ci guarda negli occhi e sorride. Sono alcune delle armi biologiche più letali in circolazione. «I Paesi che hanno programmi e laboratori attrezzati per condurre guerre batteriologiche? Sono molti, non tutti di prima grandezza. Sicuramente Taiwan, Canada, Cina, Cuba, Francia, Germana, Iran, Iraq, Israele, Giappone, Libia, Corea del Nord, Russia, Sudafrica, Siria, Gran Bretagna e, ovviamente, gli Stati Uniti. Si tratta di programmi super segreti, nessuno vi mostrerà mai documenti in proposito. Tantomeno io». Quando gli chiediamo dove sia possibile cercare informazioni credibili, risponde tra il sardonico e il minaccioso: «Andate pure, ma prima salutate le vostre famiglie. Non si sa mai». Ma che cosa producono questi laboratori? Qualche notizia è trapelata dal Vector, il centro di ricerca russo per la virologia e la biotecnologia di Koltsovo, nella regione di Novosibirsk, Siberia. Qui si facevano ricerche per le armi biologiche all'epoca dell'Unione Sovietica: è tornato alla ribalta nel settembre 2019 per un incendio nel laboratorio, che ha messo a rischio una delle due ultime riserve ufficiali del virus del vaiolo nel mondo. Qui sono custoditi anche i virus di Ebola, di Marburg, dell'Aids, dell'influenza aviaria e suina (nel 2004 qui morì una scienziata dopo essersi punta con una siringa che conteneva l'Ebolavirus e da allora ogni informazione è top secret). Di pari importanza sono gli inaccesibili Cdc, Centers for disease control di Atlanta, i cui laboratori hanno il protocollo di biosicurezza più alto, il «livello BSL-4», destinato ad agenti pericolosi con elevati rischi di trasmettere infezioni in laboratorio per via aerea (il primo laboratorio BSL-4 in Giappone è stato costruito nel 1981). È, per dire, il protocollo del centro di Wuhan che lavora sul coronavirus che viene dalla Cina. Secondo Nature, anche se BSL-4 è il massimo livello di biocontenimento, «queste strutture sono spesso controverse». Già nel 2007 alcuni scienziati di Wuhan temevano che gli agenti patogeni potessero «fuoriuscire dall'impianto, aggiungendo una dimensione biologica alle tensioni geopolitiche tra Cina e altre nazioni». Le armi biologiche e batteriologiche, se pur studiate anche a fini militari, sono trattate dagli Stati al pari di quelle nucleari: da usare solo in caso di «soluzione finale». Ed è chiaro che persino i più abili terroristi, a oggi, non sono in grado di maneggiarle. Mentre le armi chimiche restano una realtà a disposizione non solo degli eserciti ma anche del terrorismo odierno: prove ne sono l'attacco col gas Sarin nella metropolitana di Tokyo del 1995 e gli scambi di mortai addizionati nella guerra siro-irachena. Ma al peggio, si sa, non c'è mai fine.

Gli zombie sono in mezzo a noi


Nell'ambiente esterno, sono del tutto inerti, tanto che è difficile persino considerarli vivi. Ma appena entrano in un organismo, iniziano a replicarsi a ritmi furiosi, come sta facendo il coronavirus asiatico. Su questi sofisticati marchingegni biologici, sappiamo ancora poco. E ciò che la scienza sta scoprendo conferma le loro stupefacenti, e inquietanti, proprietà.di Daniela MattaliaLa migliore definizione di un virus è quella che ne diede, con pragmatico umorismo, il biologo Peter Medawar, premio Nobel per la medicina nel 1960: «Un virus» disse «è una cattiva notizia avvolta in una proteina». Una specie di telegramma rinchiuso in una busta (l'involucro proteico) che, nel momento in cui si apre, porterà solo guai. Veloce ed efficiente, come solo un microbo con frenesie replicative sa essere, il coronavirus Wuhan sta recapitando pessime notizie un po' in tutto il mondo. Non è la prima volta, non sarà l'ultima. Se consideriamo che la popolazione totale dei virus sulla Terra supera di oltre un milione di volte il numero stimato di stelle nell'universo, possiamo ancora considerarci fortunati: come riporta il New Scientist, le specie nocive per i mammiferi (quelle conosciute) sono 586, e solo 263 colpiscono gli esseri umani, anche se ogni tanto salta fuori un ceppo nuovo. E se del coronavirus asiatico alla fine scopriremo i segreti (qual è l'animale da cui ha avuto origine, quali le sue mutazioni e così via), del mondo inafferrabile di questi microrganismi sappiamo ancora poco.Singolari creaturine, molto più piccole dei batteri, esistono da quando la vita è apparsa sul pianeta. Di per sé, non sembrano nemmeno cose vive, e sul fatto che lo siano oppure no, non c'è tuttora accordo scientifico: al di fuori di un ospite sono inerti, non respirano, non si riproducono, non fanno nulla. Minuscoli zombie che circondano le nostre esistenze. Alcuni possono resistere in stato quiescente per anni, persino secoli. Il virus del vaiolo, per esempio, si preserva per decenni a temperature fra 4 e 5 gradi. Nel 2005 la Nasa scoprì microbi del Pleistocene, risalenti a 32 mila anni fa, in un lago dell'Alaska. E un paio di anni dopo, sempre in Alaska, nei corpi di alcune vittime della Spagnola perfettamente conservati sotto il permafrost della tundra, gli scienziati ricavarono il virus di quella spaventosa influenza (50-100 milioni di morti tra il 1918 e il 1920), ricostruendo le due proteine che erano sulla sua superficie. «I virus non hanno mezzi di locomozione» scrive Bill Bryson nel suo bel libro Breve storia del corpo umano: una guida per gli occupanti (Guanda). «Siamo noi ad andarceli a prendere: toccando le maniglie, scambiandoci strette di mano, inglobandoli con il respiro». In un celebre esperimento della Common Cold Unit inglese, un centro di ricerca che voleva trovare una cura definitiva per il raffreddore (chiuso nel 1989 per palese insuccesso), si osservò che il virus che lo causava nel giro di poche ore si era diffuso ovunque: su mani e teste di ogni partecipante, su occhiali, porte, cuscini, ciotole di cibo... Pensate a un oggetto qualsiasi, e sappiate che il virus si trovava anche lì. Vivi oppure no che siano, appena penetrano nelle cellule altrui questi formidabili esserini tornano immediatamente attivi. Instancabili marchingegni riproduttivi, infettano ogni organismo, batteri, funghi, piante, animali (l'herpes non risparmia neppure le ostriche), e persino se stessi: il gigante mamavirus si «ammala» per colpa del piccolo virus Sputnik, che lo aggancia e ne sfrutta il macchinario biologico per replicarsi.La loro capacità riproduttiva, vista con occhi scientifici, è ammirevole. Una singola goccia di sangue non più grande di questa «O», racconta Bryson, può contenere 100 milioni di particelle di Ebola, giusto per nominare un virus piuttosto terrificante. La sua elevatissima mortalità, tra il 50 e il 70 per cento, fu però uno dei motivi per cui l'epidemia rimase circoscritta nell'Africa occidentale: sterminava troppo rapidamente le sue vittime, esaurendo il «bacino d'acquisto» e autosabotandosi. «Un virus "intelligente" tende a non uccidere il suo ospite, perché ne ha bisogno per riprodursi» spiega Carlo Federico Perno, direttore del Dipartimento di medicina di laboratorio all'ospedale Niguarda di Milano. «Ebola era, in senso evolutivo, un virus "stupido": eliminava il suo ospite più velocemente di quanto si replicasse. Il coronavirus di Wuhan è intelligente? Ancora non lo sappiamo, è troppo giovane. L'adattamento all'uomo è un processo graduale, quando avrà finito di farlo potrà restare con una mortalità bassa, come ora, oppure potrebbe mutare in un ceppo più patogeno».Un esempio di virus «furbo», per fare un altro esempio, è quello dell'Aids, l'hiv: si è adattato in modo definitivo all'uomo, e da lì non uscirà più. La «virosfera» intorno a noi, intelligente o stupida, è così sconfinata che abbiamo appena iniziato a scalfirne la superficie. Del resto, il primo virus venne identificato solo verso la fine del 1800, ed era quello, perfettamente innocuo per noi, del tabacco. Il vaccino del vaiolo fu messo a punto prima ancora di capire che a causare la malattia era un microbo. L'idea che a farci ammalare potesse essere un'entità minuscola e invisibile pareva alquanto inverosimile (e pure un po' oltraggiosa).Da allora sappiamo sin troppo bene quale minaccia rappresentino. Nel 2016 l'Università di Sydney e i Cdc di Pechino scoprirono 1.445 virus in insetti, ragni e vermi, non molto dissimili da quelli della nostra umanissima influenza. E nell'aprile 2019 ricercatori americani hanno identificato più di 195 mila popolazioni virali, oltre 20 volte quelle conosciute fino al 2015. Secondo una stima citata dal mensile The Atlantic, i virus che potrebbero decidere di traslocare dagli animali all'uomo sarebbero circa 800 mila. Un bel po'. Un numero più aggiornato verrà, forse, dal Global Virome Project, amibizioso progetto internazionale con un doppio obiettivo: censire i virus presenti in natura e capire quali hanno il potenziale per fare il salto di specie. «Il Global Virome Project è una fatica impensabile, il punto nodale è capire quali sono quelli rischiosi per noi» commenta Perno. «Finora ne conosciamo una piccolissima parte». Man mano che approfondiamo le nostre indagini sulla virosfera e sui suoi abitanti «né vivi né morti», ci troviamo di fronte a scenari sorprendenti: secondo uno studio apparso su Nature, i virus che vivono negli oceani ammonterebbero a qualcosa come 10 alla 30° (seguito da 30 zeri, un quintilione); scienziati della Ohio State University, prelevando campioni d'acqua oceanica in 80 siti in tutto il mondo (la spedizione della nave Tara, dal 2009 al 2013) stimano circa 200 mila diverse popolazioni virali, dalla superficie fino a 4 mila metri di profondità. Cosa fanno? Ovviamente infettano ogni forma di vita marina, dai batteri ai crostacei alle balene. Del resto, ragionano per se stessi, entrano in ciò che gli serve per replicarsi. E indaffarati come sono in queste loro faccende, succede anche che possano esserci di una qualche utilità. Come spiega Perno, «esistono virus che infettano soltanto i batteri, i batteriofagi. Una volta dentro, possono fare due cose: trasmettere i geni della resistenza agli antibiotici "rubati" a un altro batterio, e in questo caso sono nostri nemici. Oppure uccidere le cellule batteriche. Ecco dove possiamo sfruttarli: se ho una grossa infezione polmonare causata dal batterio X e introduco nei polmoni quel virus che lo uccide, si può ottenere la guarigione. È una tecnica ancora sperimentale, in cui si inoculano nei malati gravi i batteriofagi, ma è molto promettente». In futuro, chissà, potrebbe essere possibile manipolare geneticamente i batteriofagi per uccidere ogni batterio che ci colpisce. Anche la terapia genica, grande speranza per molte malattie genetiche mortali, usa i virus come «taxi» (il termine scientifico è vettori): si carica al loro interno il gene corretto, o quello mancante, e lo si veicola nei pazienti. Nei bambini affetti da deficit genetici sin dalla nascita, la tecnica ha già dato risultati straordinari.Proprio il loro mestiere di staffette genetiche li ha resi, milioni di anni fa, acceleratori evolutivi delle infinite forme di vita sul nostro pianeta. «Quando all'alba dei tempi sono comparsi, hanno iniziato a passare da una specie all'altra, da una cellula di mammifero a un altro, favorendo sicuramente l'evoluzione delle specie» conferma Perno. «Viviamo» scriveva lo scienziato americano Lewis Thomas «in un universo danzante di virus. Come api, ronzano da organismo a organismo, da pianta a insetto a mammifero a me e di nuovo indietro, e poi dentro il mare, diffondendo i loro geni come in un grande party». Una festa dell'esistenza popolata da miliardi e miliardi di minuscoli alieni. Con i quali non finiremo mai di fare i conti.
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