La Cina conquista il mercato del tech europeo e rilancia la guerra dei dazi contro gli States  - 22/08/2018 04:06:17 - hotmail web hosting , dedicated micros viewer , detect computer problems , dedicated dental , cirus scan

La Cina conquista il mercato del tech europeo e rilancia la guerra dei dazi contro gli States

Era il 1993, a novembre sarebbe entrato in vigore il Trattato di Maastricht firmato il 7 febbraio 1992 dai 12 paesi che all’epoca facevano parte della comunità europea, il trattato avrebbe fissato i parametri economici per la formazione del mercato unico e quelli sociali per l’ingresso di nuove entità statali all’interno di quella che sarebbe stata nominata Unione Europea.
Nel luglio del ‘93, proprio al fine di accelerare i lavori di preparazione all’entrata in vigore del trattato, il disegnatore tedesco Arthur Eisenmenger fu incaricato di realizzare un simbolo che certificasse i prodotti realizzati secondo i regolamenti e le direttive comunitarie, la cosiddetta marcatura CE. Ne venne fuori un marchio dallo stile minimale, una “C” ed una “E” creati sul reticolo di due cerchi intersecati, una figura semplice che avremmo avuto modo di vedere innumerevoli volte. Probabilmente non sempre nella sua versione originale.
Quel marchio era destinato alla certificazione di qualsiasi genere di prodotto: dispositivi medici con marcatura CE, elettrodomestici classificati, macchinari, apparecchiature radio, giocattoli e prodotti industriali conformi alle normative CE (…).
In realtà, quel marchio è stato facile preda della contraffazione cinese che, ispirandosi al logotipo di Eisenmenger, realizzò un “contro-logo” semplicemente avvicinando la “C” alla “E” e mutando drasticamente il significato da “Marchio di Conformità Europea” a “China Export”. Un passaporto discreto e di difficile distinzione dall’altro, seppur sottilmente diverso, che ha permesso ai prodotti del dragone rosso di oltrepassare i controlli frontalieri.

Il mercato hi-tech europeo parla mandarino

Oggi la Cina non ha più bisogno di aggirare le regole, per il semplice fatto che ha cominciato a stabilire le proprie imponendole agli altri. Secondo una recente indagine Eurostat sulla produzione e il commercio internazionale dei prodotti di alta tecnologia, i 28 stati membri dell’Unione hanno importato prodotti hi-tech per un valore totale di 357 miliardi di euro, 121 dei quali consegnati alla Cina che ha scavalcato gli Usa in questa speciale classifica. Un’economia fiorente che compete ai massimi livelli su produzioni di estrema avanguardia, diversificando i ricavi con investimenti trasversali che stanno affermando la potenza orientale non solo come una delle più forti, ma tra le più influenti della geopolitica odierna.
Basti pensare che i cinesi, tramite soprattutto capitali privati, hanno investito dal 2000 al 2016 ben 110 miliardi di euro in Europa: se guardiamo in casa nostra vediamo che già 450 società nostrane vantano capitali dalla Cina, basti pensare a Telecom, Prysmian, Poste italianel, Fca, Milan, Inter, Mediobanca, Generali, Intesa, Unicredit, citando solo alcuni “casi mediatici”.

Investimenti in società e infrastrutture: il soft power cinese

I manuali di geopolitica internazionale tendono a definire questo “soft power”, l’inserimento graduale negli interessi economici di paesi o interi continenti, in modo da stabilire una reciprocità di vantaggi nell’intrattenere un rapporto di tipo socio-economico. Se osserviamo la presenza della Cina in Africa, noteremo come lì avvenga una sorta di colonialismo controllato: il continente nero è il primo partner commerciale della superpotenza orientale, i capitali cinesi si stanno trasformando sul suolo africano in infrastrutture e servizi, l’economia va rafforzandosi intorno alle operazioni economiche portate avanti dalla Cina. In cambio, la presenza militare sul territorio va aumentando, secondo l’esperto di politica internazionale Elvio Rotondo,  i militari cinesi sul territorio sono già duemila e il governo di Xi Jinping vuole assolutamente aumentare le unità.
Il Gibuti è un piccolo paese circondato da Somalia, Eritrea ed Etiopia, bagnato dal Mar Arabico con porto che da accesso al Golfo di Aden. È una terra d’importanza strategica fondamentale, si consideri la sua prossimità ai paesi del Golfo, la possibilità di partire dalle sue sponde per risalire il Mar Rosso in direzione di Suez e quindi del Mediterraneo e al rafforzamento della presenza navale cinese nell’Oceano Indiano a difendere i mercantili dalla pirateria delle acque somale per rendere sicura quella che molti definiscono la “nuova via della seta”. Ovviamente, nessuno di questi interessi poggia su base filantropica e, agli Stati Uniti, che, dagli anni ‘60, hanno sempre considerato l’Africa come propria aria di influenza, questo tipo di espansione genera non poche preoccupazioni.

Trade war, a chi conviene?

D’altronde, gli americani sono storicamente famosi per aver preferito sempre l’hard power a quello soft, muscolare, dispendioso, non sempre efficace. Anche i dazi sulle importazioni decisi dal presidente Donald Trump si pongono in continuità con questo atteggiamento, ma gli States giocano così una sfida pericolosa che, al netto di quanto detto finora, non possono essere sicuri di vincere. Un eventuale “trade war” tra le due superpotenze potrebbe danneggiare l’economia statunitense che ha bisogno del mercato cinese (ma anche quello europeo) per sfogare la sovraproduzione. La Cina, da far suo, non ha intenzione di subire le mosse trumpiane e sta per disporre un contro dazio nei confronti di stelle-strisce da ben 60 miliardi di dollari. Proprio sul tech si vedrà chi sarà il primo a cedere, visto che molto del fatturato dei colossi statunitensi viene dall’export in oriente sponda cinese e, come abbiamo già detto, sul mercato europeo la voce grossa comincia a farla proprio il dragone rosso.
 

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