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Benzina sopra i 2 euro, perché il prezzo sta salendo

Periodicamente gli italiani si ritrovano ad avere a che fare con l’aumento del prezzo della benzina, tuttavia da tempo non lo si vedeva toccare questi livelli. Il rialzo infatti del costo del petrolio, che ha toccato a maggio 80 dollari al barile, continua a pesare sulle tasche dei consumatori. Erano diversi anni che in Italia la benzina non subiva un aumento così vertiginoso: secondo i dati di maggio del Ministero dello Sviluppo Economico, il carburante è salito a 1.606 euro al litro, oltrepassando il limite del 1.6 raggiunto nel luglio del 2015. Ora però il prezzo continua ad aumentare, arrivando a toccare quota 2 euro nella zona del Brennero e dell’Alto Adige a confine con l’Austria. Non è semplice definire una sola causa, perché hanno contribuito diversi fattori a far salire il prezzo alle stelle. Se si guarda nella zona del Brennero in modo specifico, c’è chi sostiene che la responsabilità sia dell’amica confinante Austria. Haimo Staffler, presidente dell’Associazione liberi distributori dell’Alto Adige ha dichiarato: “è un circolo vizioso e assurdo. L’Austria distrugge con un dumping sleale sul prezzo del gasolio ogni concorrenza, costringendo i distributori a sud del Brennero ad alzare ulteriormente i prezzi, perdendo così ancora più clienti. Con i tir di lunga percorrenza, che hanno serbatoi da 1.600 litri, facendo il rifornimento in Austria risparmi anche più di 600 euro a pieno. In questo modo l’Austria attira tir da mezza Europa e poi si lamenta per l’aumento di traffico sull’asse del Brennero. Non si fa così tra vicini”. Tuttavia la situazione generale vede altri fattori in gioco. Il prezzo del petrolio stava risalendo già da qualche mese, ma la spinta più recente è legata in parte al ripristino delle sanzioni contro l’Iran da parte degli Stati Uniti. Quando accadde precedentemente, tra il 2012 e il 2015 il mercato aveva perso più di un milione di barili al giorno di greggio proveniente dall’Iran. Non si sa ancora quali saranno gli impatti delle sanzioni reintegrate, ma molti armatori non stanno più effettuando trasporti da e per l’Iran. Un altro fattore che influenza i prezzi del petrolio è il Venezuela: la crisi del Paese si sta aggravando e quello che un tempo era un importante fornitore di greggio è al collasso. La produzione petrolifera è crollata del 40% in due anni e non accenna a stabilizzarsi. I creditori hanno già iniziato a pignorare impianti della compagnia Pdvsa, limitando fortemente l’attività di esportazione. Un contributo importante per il rialzo dei prezzi del petrolio ha visto in prima linea l’Opec, che ha ricostruito un’alleanza con la Russia e altri Paesi. Infine, non solo i tagli di produzione congiunti sono stati superiori alle attese, ma così come Venezuela, anche Angola e Messico hanno subito un calo della produzione senza averlo pianificato. Da una situazione di eccesso di petrolio, si è passati velocemente ad una situazione di deficit, mentre i consumi globali di petrolio vanno oltre i 600 mila barili al giorno. A Marzo nei Paesi Ocse, le scorte sono andate sotto la media degli ultimi anni, obiettivo che l’Opec e l’Arabia Saudita aveva definito, in vista del collocamento in Borsa della compagnia di stato, la Saudi Aramco. Il problema di fondo è che grazie alla crescita dell’economia globale, la domanda di petrolio sta aumentando a ritmi molto elevati, ma il petrolio estratto non aumenta di pari passo. L’Agenzia internazionale dell’energia ha dichiarato: “il fatto è che i prezzi del greggio sono aumentati di circa il 75% da giugno 2017. Sarebbe straordinario se un balzo tanto grande non intaccasse la crescita della domanda, soprattutto dopo che negli ultimi anni diversi Paesi emergenti hanno ridotto o eliminato i sussidi per i consumatori finali”. La realtà è che la domanda petrolifera supera l’offerta e le scorte accumulate negli anni della crisi sono crollate. Gli analisti prevedono che il rialzo dei prezzi non si fermerà, a meno che non si trovi una soluzione diversa, un’alternativa. Ma questa è un’altra storia.

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