Se questo è davvero il migliore dei mondi possibili, perché siamo così infelici? Un reportage dal TED 2018 Agi.it - 19/09/2018 06:49:20 - dynamic dedicated server , diagnostic workstation , microsoft xp registry fix , application recovery tool , microsoft publisher web hosting

Se questo è davvero il migliore dei mondi possibili, perché siamo così infelici? Un reportage dal TED 2018

“Professor Pinker! Professor Pinker, ci dica: ma se il mondo non è mai stato così bene, come affermano i suoi dati, allora perché sembriamo tutti così infelici?”. La domanda, così, piatta, è rimbalzata nella grande sala dove due giorni prima il grande studioso di Harvard aveva svolto il suo intervento, ed è diventata un passaparola tra i capannelli di persone nella pausa caffé, spesso accompagnata da una risatina vendicativa, “mai stato così bene? Lui forse…”: E poi è uscita da lì, l’avveniristico centro congressi di Vancouver, affacciato sull’Oceano Pacifico, per entrare  nella rete globale, rilanciata persino dal profilo ufficiale di Twitter dell’evento. “Perché sembriamo infelici, professore?”. Steven Pinker in quel momento non c’era, l’avrei notato. Si sedeva sempre sul lato destro del teatro, in uno dei posti vicino alle scale per avere più libertà di movimento credo. E poi nonostante il rango e il prestigio indiscussi, ha il vezzo di indossare camicie di un colore solo, ma sgargiante e sempre diverso, una scelta che sul corpo lungo e dinoccolato che si ritrova a 64 anni, lo fa sembrare una rockstar. Infine i capelli: qualcuno dice che ricorda Albert Einstein, con la sua inconfondibile chioma da leone bianco. Anche Pinker ha i capelli bianchi in effetti, ma i suoi formano degli strani boccoli che gli scendono fino alle spalle. E così assomiglia, involontariamente immagino, a certi personaggi del suo secolo preferito, il 700, il secolo dei lumi. In quel tempo, quelli come lui li avrebbero chiamati “i parrucconi”, ma “i parrucconi” erano nemici del progresso, Pinker invece lo vede ovunque. E poi i capelli del prof sono autentici. E comunque non c’era Pinker in quel momento al TED, non c’era quando uno dei presenti è salito sul palco nello spazio che la scaletta tradizionalmente dedica a brevi repliche del pubblico, si è messo al centro del tappeto rosso circolare che è un tratto di fabbrica dell’evento, e ha fatto la domanda del momento: “Perché sembriamo tutti così infelici?”. Strano sentirlo dire al TED. In quello che per anni è stato considerato il club degli ottimisti. La conferenza, anzi la comunità di quelli convinti che il mondo possa cambiare e diventare migliore grazie alla forza di una idea; e che questa idea possa essere l’idea di ciascuno di noi; ma quelli che sanno anche che per diventare reale quell’idea ha bisogno di essere condivisa, raccontata, supportata. È una vecchia storia, sintetizzata in un proverbio africano e ripetuta da intere legioni di politici: “Finché sogni da solo è solo un sogno, ma se sogniamo insieme è una rivoluzione”. Qui al TED i sognatori da sempre abbondano, ma questa volta, per la prima volta, molti sembrava che avessero fatto un brutto sogno. Anzi due. E se il mondo non fosse migliore di prima? E se non fosse vero che possiamo migliorarlo così facilmente? Prima di provare a capire dove sono finiti gli ottimisti e dove è finita la nostra felicità e se le due scomparse sono in qualche modo legate, vorrei dire ancora due parole sul TED. Perché se c’è un luogo, un evento, un format che in questi anni ha rappresentato il positivismo, la convinzione del progresso umano, la fede nella scienza, ma soprattutto la forza della rete, quel luogo è il TED che è nato come una conferenza qualunque in California, 34 anni fa, con l’idea di mettere assieme una volta l’anno un po’ di gente di Hollywood, un po’ di Silicon Valley e qualche hippie californiano, ed è diventato un movimento globale verso il progresso sostenibile e inclusivo. Questo è accaduto da quando il timone lo ha preso un giornalista britannico, Chris Anderson, figlio di un oculista impegnato in zone di guerra in paesi lontani e quindi cresciuto con una sensibilità fuori del comune per certi argomenti: ha visto fin da piccolo che il mondo non era solo quello dei ricchi e felici. Ad Anderson si devono le due intuizioni che hanno fatto del TED quello che è adesso: niente interviste sul palco ma solo interventi in prima persona di 18 minuti (il famoso personal storytelling alla massima potenza); e poi il video di ogni singolo intervento, di ciascun talk, finisce subito sul web dove tutti possono vederlo e diffonderlo facendolo diventare “conversazione globale”. Infatti “Ideas worth spreading, idee meritevoli di essere diffuse” è lo storico motto del TED, mai cambiato. E mentre col tempo i minuti da 18 sono passati a 9 (solo quelli bravi ne hanno ancora 12, in qualche rarissimo caso 15), il format è essenzialmente lo stesso con un mix che si ripete ogni anno e che assomiglia a quello di certi cocktail di successo che non ti stancano mai. La formula di un TED perfetto la possiamo sintetizzare così: un po’ di ricercatori di frontiera, soprattutto del MIT e di Stanford, qualche pioniere digitale, diversi esploratori, un grande vecchio (questa volta la parte l’ha recitata da par suo un grandissimo, ieratico, Renzo Piano), diversi ragazzini apparentemente geniali, un paio di cinesi ma aperti al resto del mondo, una manciata di attivisti dei diritti umani, qualche artista (il massimo è quanto ti capita una violinista pazzesca che è anche un’attivista di Amnesty come questa volta Lili Haydin); a volte un mago ma tecnologico, e infine, sempre, un comico intelligente per spezzare il ritmo. Shakerare bene e servire freddo in cinque giornate di fila, all’inizio di aprile e il successo è assicurato. Da cinque anni il TED ha lasciato l’amata California ed è approdato a Vancouver dove resterà almeno fino al 2023. Non ho capito le ragioni di questo trasloco verso nord finché non sono arrivato qui, nella Columbia Britannica, estremo Canada Orientale. Intanto va detto che Vancouver ha lo stesso fuso orario ...

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